Cultivating a sustainable life with Permaculture

What is permaculture?
It is not easy to describe in a few words the concept of permaculture as it involves a lot of activities and several processes. Permaculture is often related to eco agriculture, but it is definitely more than that, as it also involves aspects such as economy, bio construction and renewable energy, water treatment, social relationships and community development. For some people, permaculture is a way of living more than just an agriculture technique.

In fact, permaculture is an ensemble of knowledge, philosophy and techniques to create a permanent culture that sustains over time. The goal is to restore the damage caused by the use of nature, while, at the same time, managing the resources in a sustainable way for the common benefit of nature and human beings.

What does it consist of?
There are no standards in order to create a permaculture system, but there are some principles to follow and a simple ethic based on taking care of the land as well as the humans and resources available.

According to this ethic, permaculture takes into consideration not only human beings but also non-human beings, meaning the land, biodiversity, the atmosphere, water, etc. All the activities must guarantee that the ecosystems are able to run in a healthy way while they are shared with people.

The principles of the Permaculture can easily be explained with 12 basic rules:

  1. Observe and interact.
    In order to achieve a more ethical and sustainable way of living.
  2. Store and catch energy.
    This is key in order to live a sustainable life. Use the resources nature is providing us.
  3. Obtain a yield.
    This can be either tangible or not, however it is necessary to be able to see results in the short term.
  4. Feedback and self-regulation.
    Understanding where we have gone wrong through analysis to change the  process in order to achieve success.
  5. Use and value the resources and renewable services.
    Use solar, eolic, hydraulic energies, for example, in order to make your permaculture project work.
  6. Produce no waste.
    There are many ways to start reducing your waste: buy more wisely and always try to recycle or compost your food.
  7. Design from patterns to details.
    Before starting any kind of permaculture project, have a look at the big picture in order to start with your project.
  8. Integrate don’t segregate.
    Collaboration in nature and in social relationships is the key to success. Individual projects are often more likely to be frustrated.
  9. Use small, slow solutions.
    Big changes cannot be made from one day to the other. Focus on small things first in order to not be overwhelmed and achieve your bigger goals.
  10. Use and value diversity.
    The same way ecosystems can benefit from different species, society has also some similarities. Embrace diversity and different points of view.
  11. Use edges and value the marginal.
    Sustainability is also about taking anything that is at our disposal.
  12. Creatively use and respond to change.
    Have a plan a, b and c if necessary, and respond effectively to changes.

Terra Franca is looking forward to embracing these principles in order to create a Permaculture project in Cruillas, outside the city of Palermo, Sicily. The objective is to create a sustainable space to produce and share with the community.

Ricordare per educare alle differenze. Riflessioni sulla Memoria

“Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.”

Primo Levi, Se questo è un uomo

Il 27 Gennaio, Giorno della Memoria della Shoah, è una data ormai universalmente nota.

Istituita dal Parlamento italiano con la legge 211 del 20 luglio 2000, e ratificata sul piano internazionale dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 1° novembre 2005 con la risoluzione 60/7, questa giornata è oggi quasi interamente dedicata al ricordo delle vittime dell’Olocausto.

Dalla televisione ai social media, dai percorsi tematici nelle librerie ai seminari nelle scuole e nelle università, in questo giorno l’attenzione del pubblico è polarizzata da una serie di contenuti pensati ad hoc, la cui visualizzazione o condivisione si configura allo stesso tempo come un rituale collettivo e una sorta di ammenda sociale.

Lungi dall’essere educato o spinto in direzione di una riflessione matura e attuale sull’Olocausto, il grande pubblico vede in questa data, e nel modello comunicativo che la esalta, un drammatico evento storico da ricordare e dal quale, semplicemente, prendere le distanze. In effetti, il messaggio trasmesso negli anni circa il significato profondo di questa ricorrenza è inestricabilmente connesso al popolo ebraico – una caratteristica che rende l’evento del quale si vuole conservare la memoria estremamente specifico e circoscrivibile. E non stupisce come gli ebrei europei, oggetto di una vergognosa e reiterata propaganda antisemita almeno fin dal XIV secolo, fossero le vittime perfette della Germania Nazista e dei Paesi che, come l’Italia di Mussolini, operarono le stesse scelte scellerate: dalla promulgazione delle leggi razziali ai rastrellamenti per la deportazione nei campi di lavoro e di sterminio.

Ancora oggi c’è chi sostiene che la storia stessa delle persecuzioni e delle peregrinazioni del popolo ebraico ponesse le basi e le premesse per quella che i Nazisti definirono Endlösung, Soluzione Finale, quasi a voler trovare una spiegazione razionale a delle azioni percepite come assurde e crudeli. Quante volte abbiamo quindi sentito dire che mai più accadrà lo sterminio di un popolo per motivi etnici, religiosi o culturali? Che mai più l’altro potrà essere emarginato da uno Stato che se ne fa nemico e carnefice? Eppure la storia è ricca di esempi, anche più vicini nel tempo: basterebbe citare il genocidio dei Tutsi in Ruanda nel 1994, quello, più complesso, a opera dei Khmer Rossi di Pol Pot in Cambogia tra il 1975 e il 1979, o il massacro di Srebenica in Bosnia nel 1995.

E un’attenta analisi della storia ci insegna anche che, nonostante quanto appaia agli occhi di chi oggi cerca di non vedere, la razionalità era alla base dell’opera di sterminio nazista. Scienza e progresso industriale furono infatti messi al servizio dell’atrocità per liberarsi non solo degli ebrei, ma di omosessuali, disabili, individui di etnia rom, dissidenti, prostitute, e chiunque fosse considerato indesiderabile o scomodo per il regime. È proprio questo connubio tra progresso e aberrazione, tra apparato industriale e devastazione dell’essere umano, che rende la Shoah diversa da altri genocidi, anche più recenti, e dalla sistematica eliminazione di dissidenti politici che ha contraddistinto molti totalitarismi nel corso della storia del Novecento.

Lo spiega bene il sociologo Zygmunt Bauman nel suo libro “Modernità e Olocausto”, quando sostiene che, a livello sociale, ciò che risulta più difficile accettare è che la  Shoah non rappresenti una pausa di barbara crudeltà nel civile progresso della modernità, ma, al contrario, che la crudeltà dell’Olocausto – dai tentativi di eugenetica all’industria della morte nei campi di sterminio – rappresenti, in realtà, l’altra faccia della modernità stessa.

Questo rapporto simbiotico potrebbe allora, forse, in parte spiegare le nuove spinte negazioniste e revisioniste che si fanno sempre più strada in modo trasversale all’interno dell’opinione pubblica. Non più ideologie esclusive di gruppi complottisti che discutono di pratiche esoteriche e protocolli di Sion, nel Rapporto Italia 2020 di Eurispes, il 15,6% degli intervistati dichiarava di negare l’esistenza della Shoah, mentre il 16,1% sosteneva la tesi revisionista, ridimensionando la portata del tragico evento. Nello stesso sondaggio, ben il 61,7% degli intervistati sosteneva che i recenti episodi di antisemitismo – dalle minacce e gli insulti alla Senatrice Liliana Segre, che non sembrano essersi arrestate dal 2019 a oggi, fino agli atti vandalici ai danni dei discendenti di sopravvissuti e partigiani – fossero da considerare episodi isolati. Contemporaneamente, però, la maggioranza degli intervistati (60,6%) riteneva che queste azioni fossero la conseguenza di una retorica apertamente xenofoba e razzista da parte di una determinata classe politica.

Una retorica che si traduce in un linguaggio d’odio che viaggia veloce soprattutto sul web, dove, oltretutto, è ormai consuetudine ironizzare su eventi drammatici come l’Olocausto o commercializzare abbigliamento e accessori con riferimenti espliciti ai lager nazisti e al regime fascista.

In un’epoca contrassegnata da una immediata libertà di espressione e condivisione del proprio pensiero attraverso il mezzo telematico, e davanti a una certa politica che mira a polarizzare l’opinione pubblica attraverso una propaganda populista apertamente razzista nei confronti dei nuovi indesiderabili d’Occidente, qual è oggi il ruolo della Memoria e come si può utilizzare il ricordo dell’Olocausto per educare alle differenze le nuove generazioni nell’era digitale?

Lo abbiamo chiesto a Daniela Dana Tedeschi, Presidente dell’Associazione Figli della Shoah, che ringraziamo per questa breve ma significativa intervista.

Presidente, come è stato sottolineato più volte e in diverse occasioni, la memoria è uno strumento essenziale per la comprensione di un fenomeno delicato e doloroso come quello della Shoah. Cosa significa per Voi continuare a tramandare questa memoria, specialmente negli ultimi anni, che hanno visto il revisionismo e il negazionismo attrarre sostenitori in numero sempre maggiore?

Il Giorno della Memoria ci ricorda ogni 27 gennaio la tragedia della Shoah, lo sterminio di sei milioni di esseri umani di religione ebraica sterminati delle forze nazifasciste e dai loro collaboratori in tutta Europa.

In questi vent’anni di commemorazioni, molto è stato fatto sia nelle scuole che nelle Istituzioni pubbliche per ricordare e cercare di comprendere ciò che è stato. La migliore risposta contro ogni revisionismo e negazionismo, oltre che riconoscere ed analizzare la complessità storica di questo fenomeno, è quella di ricordare che la Shoah è avvenuta in Europa, nella stessa Europa in cui oggi ci muoviamo come in un unico grande paese e che lo sterminio  non è stato l’unico atto, ma la burocratica conclusione di una persecuzione legalizzata degli inalienabili diritti civili prima e delle vite poi, durata anni e resa effettiva da gente qualunque, non da mostri spietati.

Tramandare la Memoria oggi, significa dotarsi degli indispensabili strumenti per conoscere e riflettere sull’ambiguità umana riconoscendo come il bene ed il male possano alternarsi in ognuno di noi. La Shoah è la metafora assoluta per un lavoro sull’animo umano: una logica che guida e porta la maggioranza a restare indifferente e a diventare complice del sopruso e delle ingiustizie, dove solo una minoranza più o meno consistente trova il coraggio di rifiutarlo, anche a costo della propria vita.

Il Giorno della Memoria deve essere il punto di partenza e non quello di arrivo: un percorso che aiuti a distillare un antidoto contro l’oscuramento delle coscienze e della ragione e soprattutto ci porti ad una nuova consapevolezza della responsabilità individuale nel riconoscere per tempo i segnali che preannunciano nelle nostre società qualsiasi tipo di violenza e sopruso a danno dei più deboli ed emarginati.

Considerando l’influenza della rete nella formazione di gruppi e opinioni condivise, e alla luce delle novità introdotte nell’ultimo anno, che ha visto una riduzione drastica dei rapporti interpersonali e una rivoluzione nella didattica, è realistico pensare di poter raggiungere le nuove generazioni esclusivamente attraverso il lavoro degli insegnanti e gli incontri istituzionali?

La terribile pandemia che sta condizionando la nostra vita, sconvolgendo tutti i nostri abituali rapporti interpersonali ed il modo con il quale ci rapportiamo agli altri, ci ha cambiato profondamente. Siamo sempre più connessi e la rete diventa il luogo virtuale nel quale le informazioni girano con maggiore velocità, e pericolose semplificazioni della realtà creano disinformazione e mistificazioni.

Credo che quando l’emergenza sanitaria sarà finita, il nostro lavoro di sensibilizzazione verso le giovani generazioni riguardo a questo tema sarà arricchito dagli strumenti virtuali che abbiamo imparato ad utilizzare in questi mesi, ma sono certa che torneremo ad incontrare i ragazzi in presenza, organizzando momenti di studio e confronto, viaggi della Memoria e condivisione di progetti formativi.

Qual è il messaggio che vorreste lasciare ai ragazzi oggi?

Il messaggio che mi sento di lasciare oggi ai ragazzi e quello di non voltare mai la testa dall’altra parte, di prendere posizione e di non dimenticare mai la grandissima forza morale che ognuno di noi ha in se stesso.

“Non voltare mai la testa dall’altra parte” e “prendere posizione”: è questo quello che hanno fatto negli anni i sopravvissuti all’Olocausto, i testimoni che hanno trovato la forza di ripercorrere quell’inferno di sofferenza per denunciare i crimini e la crudeltà, non solo di chi perpetrò la violenza nei confronti loro e delle loro famiglie, ma anche di chi voltò la testa dall’altra parte, preferendo la tranquillità di una posizione privilegiata, e di tutti coloro i quali, dopo la liberazione dai lager, preferirono non chiedere e non sapere.

La negazione del racconto, operata dalle istituzioni come dai comuni cittadini, fu una dolorosa pagina nel percorso di molti dei sopravvissuti, dai quali si pretendeva un quieto ritorno a quella normalità che era stata loro strappata via il giorno in cui la discriminazione diventò legge e, ad esempio, ai bambini ebrei in Italia fu impedito il ritorno a scuola: il primo di una lunga serie di eventi traumatici che Liliana Segre, monumento vivente alla Shoah in Italia, spesso ricorda nelle sue testimonianze.

Lo ricorda anche Sami Modiano, espulso dalla scuola nel 1938 e poi deportato ad Auschwitz-Birkenau insieme alla sua famiglia all’età di tredici anni. Nel campo di sterminio, dove la tenacia di suo padre evitò che fosse immediatamente condotto alla camera a gas, perse il padre stesso e la sorella Lucia, ma riuscì a stringere una profonda amicizia con Piero Terracina, anche lui superstite, di qualche anno più grande. L’amicizia, ricorda la grande maggioranza dei testimoni, fu essenziale alla sopravvivenza. Andando oltre la superficialità di quel sentimento salvifico che i film che trattano il tema dell’Olocausto amano mostrare, l’amicizia, come i piccoli gesti di resistenza – dallo scambio delle scarpe volutamente spaiate al baratto di piccoli oggetti e residui di cibo all’interno delle capanne – serviva a umanizzare degli individui ai quali era stato strappato il loro status di persone.

Non più nomi ma numeri, tatuati sul braccio in spregio a qualsiasi considerazione religiosa o culturale, come il marchio a fuoco di bestie destinate al macello. E da tali erano trattati i prigionieri, fin dal trasporto sui treni merci che attraversavano le città per giungere infine, già carichi dei corpi di chi non era sopravvissuto al viaggio, ai campi di concentramento.

Oggi vediamo altri mezzi di trasporto, carichi di genti di diversa etnia e religione, ma la discriminazione e l’indifferenza davanti a chi porta con sé le testimonianze di atrocità e violenze non è cambiata. I diritti umani vengono negati mentre molte, troppe persone voltano la testa dall’altra parte, e c’è ancora tanto da fare perché la memoria di ciò che è stato possa arginare il pericolo di ciò che potrebbe essere ancora.

Approfondimenti: Il paradosso del testimone | La didattica della Shoah | Tolleranza e intolleranza. Stranieri e diversi nel mondo contemporaneo | La violenza di stato nel Novecento: lager e gulag | United States Holocaust Memorial Museum: Enciclopedia dell’Olocausto

Marzia La Barbera

Spread the game e l’uso della Gamification come strumento di inclusione sociale

“Dimmi e io dimentico; mostrami e io ricordo, coinvolgimi e io imparo.” È la frase pronunciata nel 1700 da Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, che già allora aveva individuato l’importanza di costruire una società intorno al tema del coinvolgimento e basata sull’istanza del voler fare in antitesi con il dover fare.

È proprio questo il principio su cui si basano le metodologie che incorporano il digitale e il gioco (anche e soprattutto in situazioni non ludiche), come la tecnica della gamification e il digital storytelling. Entrambe presentano un elemento di innovazione, oggi più che mai importante e necessario.

Spread the Game nasce proprio dal bisogno di esplorare metodi educativi innovativi volti alla promozione di una metodologia che abbia a tema l’inclusione sociale attraverso strumenti di intrattenimento e l’utilizzo di applicazioni gratuite.

Il progetto coinvolge quattro paesi europei – Spagna, Grecia, Slovenia e Italia –  e prevede uno scambio di buone pratiche, utili per comprenderne l’utilizzo nei vari contesti nazionali e l’impatto avuto durante e dopo la loro implementazione.

Queste metodologie di intervento incoraggiando la creatività, la motivazione, la concentrazione, la memoria, l’apprendimento in forma di gioco, e possono essere molto utili per affrontare il tema dell’inclusione sociale nelle sue varie sfaccettature. 

È il caso dei videogiochi che affrontano il tema del bullismo, delle migrazioni, della disabilità che si fanno portavoce dei concetti di “integrazione”, “inclusione” ed educano alla comprensione e alla diversità. 

Una metodologia che ci ha particolarmente colpito è quella utilizzata nell’App gratuita “Inclusion Bridges”, realizzata con lo scopo di promuovere l’inclusione sociale tra i giovani attraverso il coinvolgimento in un’avventura di gioco, dove il giocatore combatte i mostri dell’esclusione costruendo i “ponti di inclusione”.

Il gioco App è stato creato secondo il principio dell’ Edutainment (combinazione di education ed entertainment), ovvero combinando i contenuti educativi alla dimensione del gioco e del divertimento. La sinergia fra il processo formativo e il gioco utilizza i vantaggi legati all’interattività, alla connettività e alla multimedialità del mondo digitale considerato come ambiente di produzione cognitiva adatto a favorire l’apprendimento attraverso l’emozione.

Gay Pride: dai moti di Stonewall ad oggi

Ogni anno il Gay Pride si celebra il 28 giugno, giornata mondiale dell’orgoglio LGBTQ+ e mese dedicato ai diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender scelto in omaggio ai moti di Stonewall. Di cosa si tratta e quali sono le sue origini? Ripercorriamo insieme i passaggi che ci hanno condotto fin qui.

Esattamente 51 anni fa si verificò un evento che cambiò per sempre le sorti del movimento omosessuale e dei diritti umani: dopo decenni di soprusi e ingiustizie, la comunità LGBTQ+ statunitense trovò terreno fertile per la ribellione nella notte tra il 27 e il 28 giugno 1969, in cui la comunità rispose all’ennesima incursione da parte della polizia in un club gay statunitense, lo Stonewall Inn. 

IL CONTESTO 

Il contesto che portò alla ribellione è quello degli anni ’60 negli Stati Uniti, segnato da profonde rivoluzioni sociali: dai Black Riots di Philadelphia del 1964 a quelli di Watts del ’65, di Cleveland and Omaha del ’66 fino a quelli di Detroit e Newark del ’67. 

In quegli anni, l’omosessualità era illegale in 49 Stati americani e, per questo motivo, i membri della comunità rischiavano costantemente l’arresto e la vita. Nel 1969, Gale Whittington fu licenziato dalla States Steamship Company perché appariva abbracciato al suo compagno. Fu così che Laurence fondò il “Committee for Homosexual Freedom” (Chf). In quei mesi venne inoltre realizzato il “Refugees from Amerika: A Gay Manifesto”, documento divenuto simbolico e associato alla nascita del movimento di liberazione gay. 

Contemporaneamente cresceva il malcontento nei confronti dei movimenti esistenti in difesa dei diritti omosessuali, considerati troppo conciliatori, che vennero sostituiti da organizzazioni anonime ispirate alle proteste dei neri nate in quegli anni. 

In questo contesto così rischioso e discriminante, i locali gay erano l’unico “rifugio” in cui sentirsi liberi di esprimere la propria identità. Lo Stonewall Inn, situato al numero 53 di Christopher Street, era uno dei luoghi ritrovo più popolari del Greenwich Village. 

Tuttavia, in quel periodo era frequente che i poliziotti organizzassero delle retate nei locali gay picchiando, arrestando e minacciando i membri della comunità LGBTQ+. 

Soltanto tre anni prima della rivolta del 1969, la Corte d’Appello di New York aveva stabilito che anche gli omosessuali potevano consumare alcolici nei locali pubblici, ma la questione risultava ancora poco chiara e veniva utilizzata come pretesto dalla polizia per arrestare membri della comunità. Inoltre, l’articolo 240.35 della quarta sezione del Codice Penale puniva ogni “unnatural attire or facial alteration” e chiunque avesse avuto indosso meno di tre oggetti ritenuti “gender appropriate”.

I MOTI DI STONEWALL 

La notte tra il 27 e il 28 giugno 1969 un gruppo di poliziotti fece irruzione nel club gay Stonewall Inn di New York. Nonostante le irruzioni della polizia fossero ormai una prassi, quella notte fu diversa. Non è chiaro cosa abbia fatto scattare la scintilla della ribellione: qualcuno sostiene sia stato l’arresto violento di una donna che reagì mordendo un agente della polizia. Altri sostengono l’ipotesi che a dare il via alla lotta sia stato il lancio di una bottiglietta da parte della drag queen transgender Sylvia Rivera o della pietra tirata dall’attivista Marsha P.Johnson. Ciò che è certo è che si è trattato di un enorme atto di ribellione che ha avuto un grande eco in tutto il mondo e che è oggi un evento simbolo nella lotta a favore dei diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender. 

Quell’evento storico è considerato come la nascita del movimento di liberazione gay. Un anno dopo la rivolta di Stonewall, Brenda Howard, considerata una delle fondatrici del Pride Month, organizzò la Gay Pride Week e la Christopher Street Liberation Day Parade. Fu quella la prima parata dell’orgoglio gay, che da quell’anno prese piede pian piano in diverse parti del mondo.

In Italia, le prime manifestazioni sono state a Sanremo nel ’72, a Torino nel ’78 e a Palermo nell’81. Il primo Gay Pride ufficiale nazionale è stato invece a Roma nel 1994, l’anno dopo a Bologna e l’anno dopo a Napoli.  

Giugno è il mese in cui, più di tutti gli altri, è importante fare sentire la propria voce e sostenere le lotte della comunità LGBTQ+. 

Ireti – Empowering Women and Strengthening Socioeconomic Integration.

Right now, the data on the phenomenon of human trafficking is alarming! Moreover, Europe is one of the most common destination for victims of human trafficking. According to Eurostat, between 2010 and 2012 there has been 30,146 victims. Where Italy holds the sad record with 6,572 victims, followed by England (4,474), Romania (3,243) and Spain (1,984).


The largest number of victims of human trafficking are from Nigeria. In fact, 80% of the Nigerian women arrived in Italy are victims of human trafficking. These women, mostly between 17-28 years, with a low level of education and coming from poor families, are recruited with the promise of a better life. Once they arrive in Europe, they placed in the prostitution market which becomes a trap for many of them: becoming victims of violence and social exclusion, and having no chance of coming out of prostitution.


This context is not very flattering. That’s why IRETI project was born: to support these women to tackle their disadvantaged situation. Furthermore, the term IRETI is not random. In Yoruba, the most spoken language in Nigeria, IRETI means HOPE. In this regard, IRETI foster processes of social integration, gender equality and equal opportunities by promoting entrepreneurial spirit and acting as providers of services and opportunities through the creation of an online platform.


“IRETI – Empowering Women and Strengthening Socioeconomic Integration” (2017-1-IT02-KA204-036993) is a project implemented by Human Rights Youth Organisation (HRYO), in collaboration with Biderbost, Boscan & Rochin (BB&R), Asociatia Nationala a Specialistilor in Resurse Umane (AUR), and The Ubele Initiative. Funded with support from the Erasmus+ Programme of the European Commission.

Visit the project web site to know more (click here)

[:it]Leggi e lascia! Un nuovo progetto che promuove la lettura a Palermo.[:en]Read and release! A new project promoting reading in Palermo.[:]

[:it]Da mercoledì 28 Agosto, vicino Casa Professa, ci saranno libri disponibili da prendere e leggere gratuitamente come parte del progetto della biblioteca di strada che è una zona di bookcrossing sotto la tutela dell’organizzazione Human Rights Youth Organization (HRYO) in collaborazione con il circolo Arci – Porco Rosso.

La biblioteca di strada (Street Library) è un progetto dei volontari di HRYO per la popolazione di Palermo. Questa biblioteca è un posto magnifico per i libri pubblicati. Lo scopo del progetto è diffondere l’idea di scambio di libri (bookcrossing) da Palermo. Il bookcrossing è definito come “la pratica di lasciare libri in luoghi pubblici per essere raccolti e letti da altri, che poi fanno altrettanto”. Il termine deriva da bookcrossing.com, un club di libri online gratuito che è stato fondato per incoraggiare la pratica, con l’obiettivo di “rendere il mondo intero una biblioteca”.

La “crossing” o lo scambio di libri può assumere forme diverse, tra cui libri a rilascio libero in pubblico, scambi diretti con altri membri dei siti Web o “anelli di libri” in cui i libri viaggiano in un ordine prestabilito per i partecipanti che desiderano leggere un determinato libro.

Le biblioteche di strada (street library) sono una finestra nella mente di una comunità; i libri vanno e vengono. Le persone possono semplicemente andare e prendere ciò che gli interessa; quando hanno finito, possono restituirli alla Biblioteca di strada.

Il luogo individuato da HRYO si trova ad Arci Porco Rosso, a piazza Casa Professa. Se qualcuno ha un libro che pensa possa piacere agli altri, può semplicemente inserirlo nello scaffale della Street Library. Se sei una di quelle persone che vogliono leggere, questa è la cosa che fa per te, quindi divertiti. 

  L’HRYO – Human Rights Youth Organization è un’organizzazione non governativa e non governativa fondata a Palermo nel 2009 con l’obiettivo di rafforzare i diritti umani a livello locale e globale. L’organizzazione lavora con i volontari internazionali e fornisce progetti educativi e di sensibilizzazione per bambini e giovani locali.

L’organizzazione ha sede presso lo Stato Brado, piazzetta di Resuttano 4 – è dove puoi lasciare libri e prendere parte alle attività di organizzazioni come English Language Cafe.

 

Paweł Skibiński

Bojan Stojanovic

 [:en]From Wednesday the 28th of August, around Casa Professa, there will be books available to take and read for free as part of the street library project being a bookcrossing zone under the care of the Human Rights Youth Organization in cooperation with the Arci circle – Porco Rosso.

Street library is a project by the volunteers from HRYO to the people of Palermo. This library is a beautiful spot for released books. The purpose of the project is to spread the idea of book exchange (bookcrossing) through Palermo. Bookcrossing is defined as “the practice of leaving books in a public places to be picked up and read by others, who then do likewise.” The term is derived from bookcrossing.com, a free online book club which was founded to encourage the practice, aiming to “make the whole world a library.” 

The “crossing” or exchanging books may take different forms, including wild-releasing books in public, direct swaps with other members of the websites, or “book rings” in which books travel in a set order to participants who want to read a certain book. 

Street Libraries are a window into the mind of a community; books come and go. People can simply reach in and take what interests them; when they are done, they can return them to the Street Library. 

HRYO spot is located in Arci Porco Rosso around piazza Casa Professa. If anyone has a book that they think others would enjoy, they can just pop it into the shelf of the Street Library. If you are one of those people who wants to read, this is the thing for you, so enjoy.

The HRYO – Human Rights Youth Organization is a non-profit, non-governmental organization founded in Palermo in 2009 with the aim to strengthen the human rights at a local and global level. The organization works with international volounteers and provide educational and awareness-building project for local children, youth and young adults. 

Organization is placed in Stato Brado, piazzetta di Resuttano 4 – it’s where you can leave books and take part in the activities of organizations such as English Language Cafe.

 

Paweł Skibiński

Bojan Stojanovic[:]

[:it]Ultimo training del progetto “Get Up Stand Up” a Cipro a Ottobre[:]

[:it]Il progetto “Get Up Stand Up” è arrivato alla sua fase conclusiva. L’organizzazione YEU Cyprus accoglierà il terzo ed ultimo training course che si terrà dal 24 al 30 Ottobre 2019 a Pedoulas, Cipro.

Siamo alla ricerca di 2 partecipanti che siano interessati alla tematica dei diritti umani, giovani educatori, attivisti e/o operatori giovanili.

Il corso di formazione prevede la partecipazione di giovani provenienti da Cipro, Grecia, Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Italia.

L’obiettivo del corso è quello di rafforzare la capacità degli operatori giovanili europei per considerare costruttivamente i conflitti e le ingiustizie nelle loro comunità attraverso la sensibilizzazione e la promozione del cambiamento. Basandosi sulla diversa storia della difesa dei diritti umani e attivismo in Europa, i partecipanti impareranno a usare i diritti umani fondamentali e considereranno i conflitti come strumenti di trasformazione per analizzare le situazioni che si trovano ad affrontare in modo da trovare risposte non violente prima di concettualizzare strategie per rendere le loro campagne efficaci. 

Molto spesso non è la mancanza di interesse che fa desistere la maggior parte di noi dall’impegno contro le ingiustizie, ma piuttosto una sensazione di non sapere come fare e da dove iniziare. Il corso di formazione cerca di responsabilizzare chiunque sia disposto a sostenere i diritti umani degli altri e non solo i propri.

Il training si svilupperà attraverso metodologie di educazione non-formale.

Il progetto è finanziato dal progetto Europe for citizens.

Costi:

  • Vitto e alloggio saranno coperti dall’organizzazione ospitante;
  • I costi di viaggio saranno rimborsati fino ad un massimo di 275€;
  • Costo tesseramento annuale H.R.Y.O.: 25€.

Per ulteriori informazioni consulta l’infopack

Per candidarti invia il tuo cv a valeria.buscemi@hryo.org entro il 15 settembre.

 

 [:]

[:en]Magdalena Koźmala with Business and prestige: a success story enhanced by the project Pandora[:]

[:en]

Magdalena Koźmala is the owner of the company named “Inspire Your Life Magdalena Koźmala” which is a website for business women. She is a master & team coach, business trainer, journalist and columnist, public relation & image building expert and Business & Prestige editor-in-chief. For many years she has been helping people to reach their goals. Since 2016 she has been successfully running the website Business & Prestige where business women, who are looking for some professional and lifestyle inspirations, can find interesting articles on different topics such as communication, sales, marketing, negotiations, body language etc. and interviews with top business people. Besides, Magdalena shows women how to “break the glass ceiling” in their careers. She takes part in several important conferences in Poland. Since 2017 Business & Prestige has been organizing an annual charity project called #ProjektPomagam. Every year Magdalena chooses one foundation for which she organizes the huge event and social campaign to raise funds for children in need.
If we think about the community of women in Poland, we can see that the situation at workplaces is developing, but very slowly. By showing many examples of stories and experiences of business women from Poland and from other countries, Magdalena supports those women that want more from their life, those that aspire to be better and better in their jobs, those who want to reach their goals in business and in private life. She teaches through workshops and she uses networking to connect women in order to create a space to work together and share their stories. She believes that she not only runs a successful website which is getting more and more popular but also helps women on many levels.

For instance, Magdalena as a coach writes a series of columns called “Mindcoffee by Koźmala”. She reflects on many questions of the meaning of life and shows by her own life experiences that women should believe in themselves, reach their goals, leave the past behind and be grateful for everything in their life because everything happens for a reason. The team had experience neither in media industry nor in charity. Magdalena and her group learn from each other and learn from other organizations and companies. They have this great opportunity that they can meet, talk and learn from the experts in their fields. As a team, they try to see what talents they have and figure out how to use it in the best way. The most important resources for the company are people – pointed Magdalena. Since the beginning of the year, she has had one word in her head: internationally. To connect and inspire people on the international level. “The most precious for me are: faith and love for what I’m doing, belief in purpose and rightness, passion in action, the uncompromising attitude in organization, ability to find solutions, class and being a person with a big heart and respect for others.”

 

For more information: www.businessandprestige.pl[:]

[:en]Nadia Lodato with “Cotti in Fragranza”: a success story enhanced by the project Pandora[:]

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Before Nadia took on the responsibility of developing the entrepreneurial business project Cotti in Fragranza, she studied international political science and humanitarian aid in Florence and in Rome and participated in several youth work projects abroad. When she returned to Sicily and began working within the penal system, she helped former convicts with social reintegration and entry into the labour market. Even though her jurisprudential competences and youth experience are valuable additions to her current entrepreneurial work, she mentions that she, like most other people, had to learn from scratch how to create a business. Cotti in Fragranza is a baking laboratory for incarcerated youth and former convicts where they produce biscuits, cakes and other oven-baked products. Each employee and participant collaborates on the overall entrepreneurial idea, and the fundamental approach to the daily business is teamwork where everyone’s voice is heard in the production and commercialization process. Nadia tells us that “everyone has the right to speak. Obviously we also have external consultants who do their work and help us conduct market strategies, but our guys do not only produce biscuits manually. They are also absolutely aware of all the aspects of the business”. Helping the incarcerated youth to become independent and develop professional skills can be considered as Nadia’s own entrepreneurial project. This however presents challenges related to balancing business and social work. “It is very difficult because if you want to create a business, you will have to sell a product or a service and have many market competitors”, Nadia tells us and explains that “if you want to pay the guy’s salaries—and pay the chef, me and my co-worker Lucia etc.—you will have to earn, that is have a revenue. So the most important thing is to create a product of excellence and know how to sell it”. Even though it is crucial to succeed economically, Nadia also emphasizes the necessity of communicating the overall social impact of Cotti in Fragranza: “Because the educational aspect and mental health treatment of the guys are just as important as sales, you need to explain the purpose of a social enterprise: providing jobs”. We asked Nadia if she would do something differently if she could start everything again. “I think that mistakes are used to steer things for the better”, she answers. “When you start the team is orientated in one way. But then it gets, say, to a point where you do not achieve the desired results, which is something you could not know beforehand. So I believe mistakes serve to orientate yourself differently”, she elaborates and adds that “if you create the group you create participation, and if it fails: patience! The important thing is that the group decides”. Their non-hierarchical business structure has contributed to Cotti in Fragranza’s success, and Nadia’s advise to someone who would like to become entrepreneurs in the sector of social work, is therefore creating a group where everyone’s ideas and interests are taken into account. “Together we can achieve goals with respect to your own needs, and yours and yours and yours … so creating this group is maybe the only advice I can give to someone who wants to create a business”.

 

For more information: http://cottiinfragranza.com[:]

Terra Franca

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“Terra Franca” è il nuovo percorso intrapreso da H.R.Y.O. nell’ambito della lotta contro le mafie e del fenomeno mafioso.

“Terra Franca” trova la sua collocazione in Via Trabucco, all’interno del quartiere Cruillas, in un terreno confiscato alla Mafia dal Comune di Palermo e affidato alla Human Rights Youth Organization nel Gennaio 2019 per la realizzazione di attività volte all’inclusione socio-economica di soggetti svantaggiati.

Il progetto “Terra Franca” mira a creare un centro polifunzionale volto all’inclusione socio economica di una specifica categoria di target group presenti nell’area circostante al bene in questione ossia il quartiere Cruillas di Palermo. Il target group di riferimento consiste in:

  • Donne e giovani con minori opportunità
  • Ex minori stranieri non accompagnati fuoriusciti dalle strutture alloggio senza una destinazione specifica.
  • Anziani locali;
  • Studenti e giovani provenienti da diversi paesi europei ed extraeuropei.

Il progetto comprende inoltre la messa in rete di una serie di servizi volti alla creazione di un indotto turistico basato sul metodo del turismo critico alternativo, oltre che alle mobilità internazionali dei giovani promosse all’interno di vari programmi europei quale ad esempio l’Erasmus Plus, che cercherà di portare un valore aggiunto all’intera area di pertinenza presso la quale si stanzia il bene stesso.

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