Human Rights Youth Organization

In tutta Europa, sia in aree urbane che in zone rurali, i/le giovani che vivono apertamente la propria identità queer continuano a subire discriminazioni sistematiche e quotidiane, e le loro storie spesso non vengono ascoltate.
Il progetto ALLY – Queer Inclusion, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito di  KA210-YOU (Partenariati su piccola scala nel settore della gioventù), è nato per cambiare questa situazione.
Tre organizzazioni, provenienti da Germania, Grecia e Italia si sono unite per porre una domanda semplice ma potente: com’è la vita dei/le giovani queer in questi paesi? Di cosa hanno bisogno per sentirsi sostenutə? Negli ultimi mesi abbiamo incontrato giovani in spazi comunitari, uffici, centri giovanili e reti di attivistə per ascoltare le loro esperienze.
Nel corso di diversi mesi abbiamo condotto interviste con giovani queer e un’operatrice sociale. Con queste conversazioni si è mirato non solo ad amplificare le loro voci, ma anche a riflettere sulle nostre pratiche come operatorəi, educatorə e attivistə. Il nostro obiettivo è stato quello di dare voce ai/le giovani, imparare da loro e migliorare il modo in cui lavoriamo con e per le comunità queer in tutta Europa.
In ciascun Paese, sebbene il contesto locale fosse diverso, sono emersi temi comuni che hanno rivelato il panorama emotivo, sociale e istituzionale in cui i/le giovani queer si muovono quotidianamente.
In Germania, l’associazione Systeme in Bewegung e.V. ha condotto interviste con otto giovani di età compresa tra i 14 e i 20 anni. Queste conversazioni hanno avuto luogo in un gruppo di giovani queer offerto dal sistema di assistenza sociale giovanile della città e in un gruppo informale di amicə riunitə presso la sede dell’associazione. L’atmosfera aperta ha permesso discussioni sincere, rivelando sia le difficoltà quotidiane che le fonti di forza.
In Grecia, l’associazione Femedubeart ha collaborato con diverse organizzazioni locali prima di entrare in contatto con l’associazione nazionale LGBTQ+ OLKE. Sebbene l’accesso ai/le giovani fosse più limitato, il team è riuscito a svolgere una conversazione significativa con unə giovane gay coinvoltə nell’organizzazione. Il processo ha anche evidenziato quanto sia ancora difficile parlare apertamente di queerness in alcune parti della società greca.
In Italia, H.R.Y.O. (Human Rights Youth Organization APS) ha condotto tre interviste con quattro persone queer attraverso le sue reti locali a Palermo. Queste includevano: un’intervista individuale con una giovane donna che si identifica come omosessuale; un’intervista di gruppo con una donna queer e una persona non binaria; e un’intervista finale con unə giovane queer operatricə sociale e attivistə che sostiene i/le richiedenti asilo LGBTQIA+ in Sicilia. La diversità delle voci rifletteva le complesse intersezioni tra queerness, genere, migrazione ed emarginazione istituzionale.

In tuttə lə intervistatə, uno dei temi più urgenti riguardano il modo in cui i/le giovani queer hanno preso coscienza della propria identità. Sebbene le tempistiche e le emozioni fossero diverse, ciò che accomunava moltə partecipantə era il fatto che questo processo raramente fosse improvviso; al contrario, si è sviluppato nel tempo, spesso in silenzio, confusione o paura. In Italia, lə partecipantə hanno descritto la sensazione, fin da bambinə, di sentirsi “diversə”, anche se non avevano le parole per esprimerlo. In Grecia e Germania, lə partecipantə hanno descritto in modo simile un processo di scoperta lento e carico di emozioni. Alcunə hanno avuto momenti di consapevolezza sulla propria identità e orientamento sessuale durante la pubertà, mentre altrə hanno fatto questo percorso più tardi. Tuttavia, nelle diverse narrazioni, era comune la sensazione di essere “diversə dagli/le altrə” e lo sforzo emotivo necessario per passare dalla consapevolezza all’autoidentificazione.

Per alcunə, la consapevolezza della propria identità è iniziata presto, ma senza il sostegno o il riconoscimento del proprio ambiente, l’accettazione è arrivata molto più tardi. Unə intervistatə ha raccontato di aver percepito la propria omosessualità per anni, ma di averla accettata pienamente solo dopo aver intrapreso una relazione stabile e aver affrontato le aspettative sociali. Questo processo è stato spesso influenzato non solo dalla scoperta interiore, ma anche dalla sensazione di non rientrare nei rigidi schemi dei ruoli di genere o negli script romantici dei diversi Paesi.

Tuttavia, non tuttə lə partecipantə vivono la propria identità in termini di una narrazione lineare con un percorso di “coming out”. Unə operatricə sociale in Italia che lavora con migranti queer ha contestato l’idea occidentale di un percorso di coming out o di “percorso verso
l’accettazione” come esperienza universale.

Moltə migranti queer non si identificano come “gay” o “lesbicə”: possono avere rapporti omosessuali senza legarli a un’identità fissa. Ciò che emerge è che l’autoidentificazione non è mai stata puramente individuale, ma profondamente relazionale e modellata dai messaggi culturali, dagli ambienti scolastici e dalla visibilità o meno di modelli di riferimento queer. Unə giovane italianə ha riassunto l’impatto emotivo di questa assenza:«Se non vedi mai persone come te da nessuna parte, è difficile credere di esistere».

In Italia, Grecia e Germania, moltə giovani si sono trovatə ad affrontare un complesso processo personale di scoperta di sé e di definizione della propria identità. Nei casi in cui alla fine è seguita l’accettazione, le fasi iniziali sono state spesso caratterizzate dall’isolamento. La mancanza di rappresentazione, l’assenza di un linguaggio e la pressione a conformarsi hanno contribuito a creare un carico emotivo silenzioso ma pesante. Questo pone le basi per ciò che segue: uno sguardo più da vicino a come questə giovani arrivano a parlare di sé stessə, con le proprie parole, e a come quelle parole possano sia liberare che ferire.

Il modo in cui le persone queer giovani scelgono di descrivere sé stessə non è solo personale, è politico. In Germania, Italia e Grecia, lə partecipanti hanno raccontato come il linguaggio sia al tempo stesso una fonte di forza e di limitazione, soprattutto quando altrə pretendono definizioni o proiettano aspettative.

In Italia, moltə hanno raccontato come il coming out sia ancora un’esperienza emotivamente faticosa, spesso accolta con curiosità invadente, imbarazzo o reazioni eccessive, soprattutto da parte di uomini cis-etero. Ciò che moltə giovani desiderano è neutralità e naturalezza. Come ha detto una partecipante: «Vorrei che reagissero come se dicessi che preferisco l’acqua frizzante a quella naturale». Questa semplice metafora esprime un desiderio collettivo: essere accolti con normalità, non con stupore.
In Grecia, lə partecipantə hanno sottolineato che in molte famiglie e comunità parole come “queer” o “trans” non fanno nemmeno parte del vocabolario, rendendo difficile comunicare la propria esperienza senza sentirsi incompresə. Un’operatrice sociale in Italia ha sottolineato l’importanza di andare oltre i quadri concettuali occidentali, soprattutto nel lavoro con persone queer migranti. Ha proposto l’uso del termine  SOGIESC (Orientamento Sessuale, Identità ed Espressione di Genere e Caratteristiche Sessuali) invece di LGBTQIA+, spiegando: “SOGIESC funziona meglio, è più aperto e meno legato a una narrazione occidentale specifica”.

Esistere apertamente, per moltə, significa ancora dover affrontare microaggressioni, battute, supposizioni e l’eterna richiesta di spiegare ed educare — una fatica che logora. In questo clima di tensione quotidiana e di continuo attrito sociale, il desiderio di sicurezza autentica e di connessione reciproca diventava sempre più urgente.  Anche in spazi che si definiscono inclusivi, le persone queer spesso non si sentono davvero benvenutə, soprattutto quando la loro presenza genera reazioni esterne.  La sicurezza non è mai garantita, ma moltə scelgono comunque di restare visibili, nonostante il pericolo, perché evitare la visibilità pubblica non fa che rafforzare l’emarginazione.  La discriminazione si estende anche al sistema sanitario e alle procedure di registrazione matrimoniale, dove le relazioni queer vengono spesso accolte con confusione o evitamento.

L’alleanza è emersa come un altro tema centrale in tutti i contesti. In Italia, i/lə partecipanti hanno tracciato una chiara distinzione tra il sostegno autentico e i gesti performativi. Sebbene gli atti simbolici, come sventolare una bandiera arcobaleno, siano apprezzati, sono percepiti come significativi solo se accompagnati da presenza emotiva e responsabilità concreta. “Essere ally – hanno spiegato, – significa stare accanto alle persone queer, non davanti a loro. Questo vuol dire amplificare le loro voci senza appropriarsi del messaggio, riconoscere il proprio privilegio e fare spazio invece di occuparlo. I/lə partecipanti hanno sottolineato che una vera alleanza comporta anche l’assunzione della responsabilità di affrontare la discriminazione, che può manifestarsi in famiglia, a scuola o sul posto di lavoro, senza lasciare questo peso solo sulle spalle delle persone queer.”


In tutti e tre i Paesi, i/lə giovani queer hanno chiesto non solo più servizi, ma più solidarietà. Hanno ribadito che sicurezza e appartenenza non sono temi politiche o slogan, ma relazioni, cura reciproca e comunità che creano spazio per ognunə di esistere liberamente. Per i/lə giovani queer, un’inclusione piena e significativa richiede anche l’impegno dei sistemi deputati alla loro tutela.

Le scuole sono state ampiamente descritte come insicure o impreparate. In Italia, i/lə giovani hanno riferito che a scuola non c’era nessunə di cui fidarsi per parlare di tematiche LGBTQIA+. I/lə giovani nei diversi Paesi hanno ribadito che l’inclusione non può basarsi solo sulla
resilienza individuale. Ciò che chiedono non è solo servizi per le persone queer, ma anche educazione per chi le circonda: insegnanti, famiglie, trainer. Come ha detto un partecipante tedesco, “dovrebbero esserci spazi dove i familiari possano fare domande senza scaricare tutto su di noi”.

Un altro filo conduttore è stata la lotta per l’uguaglianza legale, in particolare per quanto riguarda matrimonio, sanità e diritti familiari.

Le voci raccolte attraverso il Progetto ALLY trasmettono un messaggio chiaro: l’alleanza autentica non è fatta di slogan, ma di cura strutturale. I/lə giovani queer non vogliono solo essere accoltə, ma rispettatə, protettə e compresə. Per le organizzazioni giovanili in tutta Europa, questo significa assumersi una responsabilità attiva nel costruire ambienti realmente inclusivi. Anche i gesti quotidiani più semplici hanno un valore. Chiedere e usare i pronomi corretti nelle conversazioni, nelle e-mail o sui badge è un segno di rispetto che aiuta a evitare il misgendering e a riconoscere la diversità delle identità. Allo stesso modo, offrire bagni neutri rispetto al genere o moduli di iscrizione  inclusivi comunica attenzione e fa sentire le persone più sicure.

“Finanziato dall’Unione europea. Le opinioni espresse appartengono tuttavia al solo o ai soli autori e non riflettono
necessariamente le opinioni dell’Unione europea o di [nell’ambito di  KA210-YOU]. Né l’Unione
europea né l’amministrazione erogatrice possono esserne ritenute responsabili.”