Ricordare per educare alle differenze. Riflessioni sulla Memoria

“Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.”

Primo Levi, Se questo è un uomo

Il 27 Gennaio, Giorno della Memoria della Shoah, è una data ormai universalmente nota.

Istituita dal Parlamento italiano con la legge 211 del 20 luglio 2000, e ratificata sul piano internazionale dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 1° novembre 2005 con la risoluzione 60/7, questa giornata è oggi quasi interamente dedicata al ricordo delle vittime dell’Olocausto.

Dalla televisione ai social media, dai percorsi tematici nelle librerie ai seminari nelle scuole e nelle università, in questo giorno l’attenzione del pubblico è polarizzata da una serie di contenuti pensati ad hoc, la cui visualizzazione o condivisione si configura allo stesso tempo come un rituale collettivo e una sorta di ammenda sociale.

Lungi dall’essere educato o spinto in direzione di una riflessione matura e attuale sull’Olocausto, il grande pubblico vede in questa data, e nel modello comunicativo che la esalta, un drammatico evento storico da ricordare e dal quale, semplicemente, prendere le distanze. In effetti, il messaggio trasmesso negli anni circa il significato profondo di questa ricorrenza è inestricabilmente connesso al popolo ebraico – una caratteristica che rende l’evento del quale si vuole conservare la memoria estremamente specifico e circoscrivibile. E non stupisce come gli ebrei europei, oggetto di una vergognosa e reiterata propaganda antisemita almeno fin dal XIV secolo, fossero le vittime perfette della Germania Nazista e dei Paesi che, come l’Italia di Mussolini, operarono le stesse scelte scellerate: dalla promulgazione delle leggi razziali ai rastrellamenti per la deportazione nei campi di lavoro e di sterminio.

Ancora oggi c’è chi sostiene che la storia stessa delle persecuzioni e delle peregrinazioni del popolo ebraico ponesse le basi e le premesse per quella che i Nazisti definirono Endlösung, Soluzione Finale, quasi a voler trovare una spiegazione razionale a delle azioni percepite come assurde e crudeli. Quante volte abbiamo quindi sentito dire che mai più accadrà lo sterminio di un popolo per motivi etnici, religiosi o culturali? Che mai più l’altro potrà essere emarginato da uno Stato che se ne fa nemico e carnefice? Eppure la storia è ricca di esempi, anche più vicini nel tempo: basterebbe citare il genocidio dei Tutsi in Ruanda nel 1994, quello, più complesso, a opera dei Khmer Rossi di Pol Pot in Cambogia tra il 1975 e il 1979, o il massacro di Srebenica in Bosnia nel 1995.

E un’attenta analisi della storia ci insegna anche che, nonostante quanto appaia agli occhi di chi oggi cerca di non vedere, la razionalità era alla base dell’opera di sterminio nazista. Scienza e progresso industriale furono infatti messi al servizio dell’atrocità per liberarsi non solo degli ebrei, ma di omosessuali, disabili, individui di etnia rom, dissidenti, prostitute, e chiunque fosse considerato indesiderabile o scomodo per il regime. È proprio questo connubio tra progresso e aberrazione, tra apparato industriale e devastazione dell’essere umano, che rende la Shoah diversa da altri genocidi, anche più recenti, e dalla sistematica eliminazione di dissidenti politici che ha contraddistinto molti totalitarismi nel corso della storia del Novecento.

Lo spiega bene il sociologo Zygmunt Bauman nel suo libro “Modernità e Olocausto”, quando sostiene che, a livello sociale, ciò che risulta più difficile accettare è che la  Shoah non rappresenti una pausa di barbara crudeltà nel civile progresso della modernità, ma, al contrario, che la crudeltà dell’Olocausto – dai tentativi di eugenetica all’industria della morte nei campi di sterminio – rappresenti, in realtà, l’altra faccia della modernità stessa.

Questo rapporto simbiotico potrebbe allora, forse, in parte spiegare le nuove spinte negazioniste e revisioniste che si fanno sempre più strada in modo trasversale all’interno dell’opinione pubblica. Non più ideologie esclusive di gruppi complottisti che discutono di pratiche esoteriche e protocolli di Sion, nel Rapporto Italia 2020 di Eurispes, il 15,6% degli intervistati dichiarava di negare l’esistenza della Shoah, mentre il 16,1% sosteneva la tesi revisionista, ridimensionando la portata del tragico evento. Nello stesso sondaggio, ben il 61,7% degli intervistati sosteneva che i recenti episodi di antisemitismo – dalle minacce e gli insulti alla Senatrice Liliana Segre, che non sembrano essersi arrestate dal 2019 a oggi, fino agli atti vandalici ai danni dei discendenti di sopravvissuti e partigiani – fossero da considerare episodi isolati. Contemporaneamente, però, la maggioranza degli intervistati (60,6%) riteneva che queste azioni fossero la conseguenza di una retorica apertamente xenofoba e razzista da parte di una determinata classe politica.

Una retorica che si traduce in un linguaggio d’odio che viaggia veloce soprattutto sul web, dove, oltretutto, è ormai consuetudine ironizzare su eventi drammatici come l’Olocausto o commercializzare abbigliamento e accessori con riferimenti espliciti ai lager nazisti e al regime fascista.

In un’epoca contrassegnata da una immediata libertà di espressione e condivisione del proprio pensiero attraverso il mezzo telematico, e davanti a una certa politica che mira a polarizzare l’opinione pubblica attraverso una propaganda populista apertamente razzista nei confronti dei nuovi indesiderabili d’Occidente, qual è oggi il ruolo della Memoria e come si può utilizzare il ricordo dell’Olocausto per educare alle differenze le nuove generazioni nell’era digitale?

Lo abbiamo chiesto a Daniela Dana Tedeschi, Presidente dell’Associazione Figli della Shoah, che ringraziamo per questa breve ma significativa intervista.

Presidente, come è stato sottolineato più volte e in diverse occasioni, la memoria è uno strumento essenziale per la comprensione di un fenomeno delicato e doloroso come quello della Shoah. Cosa significa per Voi continuare a tramandare questa memoria, specialmente negli ultimi anni, che hanno visto il revisionismo e il negazionismo attrarre sostenitori in numero sempre maggiore?

Il Giorno della Memoria ci ricorda ogni 27 gennaio la tragedia della Shoah, lo sterminio di sei milioni di esseri umani di religione ebraica sterminati delle forze nazifasciste e dai loro collaboratori in tutta Europa.

In questi vent’anni di commemorazioni, molto è stato fatto sia nelle scuole che nelle Istituzioni pubbliche per ricordare e cercare di comprendere ciò che è stato. La migliore risposta contro ogni revisionismo e negazionismo, oltre che riconoscere ed analizzare la complessità storica di questo fenomeno, è quella di ricordare che la Shoah è avvenuta in Europa, nella stessa Europa in cui oggi ci muoviamo come in un unico grande paese e che lo sterminio  non è stato l’unico atto, ma la burocratica conclusione di una persecuzione legalizzata degli inalienabili diritti civili prima e delle vite poi, durata anni e resa effettiva da gente qualunque, non da mostri spietati.

Tramandare la Memoria oggi, significa dotarsi degli indispensabili strumenti per conoscere e riflettere sull’ambiguità umana riconoscendo come il bene ed il male possano alternarsi in ognuno di noi. La Shoah è la metafora assoluta per un lavoro sull’animo umano: una logica che guida e porta la maggioranza a restare indifferente e a diventare complice del sopruso e delle ingiustizie, dove solo una minoranza più o meno consistente trova il coraggio di rifiutarlo, anche a costo della propria vita.

Il Giorno della Memoria deve essere il punto di partenza e non quello di arrivo: un percorso che aiuti a distillare un antidoto contro l’oscuramento delle coscienze e della ragione e soprattutto ci porti ad una nuova consapevolezza della responsabilità individuale nel riconoscere per tempo i segnali che preannunciano nelle nostre società qualsiasi tipo di violenza e sopruso a danno dei più deboli ed emarginati.

Considerando l’influenza della rete nella formazione di gruppi e opinioni condivise, e alla luce delle novità introdotte nell’ultimo anno, che ha visto una riduzione drastica dei rapporti interpersonali e una rivoluzione nella didattica, è realistico pensare di poter raggiungere le nuove generazioni esclusivamente attraverso il lavoro degli insegnanti e gli incontri istituzionali?

La terribile pandemia che sta condizionando la nostra vita, sconvolgendo tutti i nostri abituali rapporti interpersonali ed il modo con il quale ci rapportiamo agli altri, ci ha cambiato profondamente. Siamo sempre più connessi e la rete diventa il luogo virtuale nel quale le informazioni girano con maggiore velocità, e pericolose semplificazioni della realtà creano disinformazione e mistificazioni.

Credo che quando l’emergenza sanitaria sarà finita, il nostro lavoro di sensibilizzazione verso le giovani generazioni riguardo a questo tema sarà arricchito dagli strumenti virtuali che abbiamo imparato ad utilizzare in questi mesi, ma sono certa che torneremo ad incontrare i ragazzi in presenza, organizzando momenti di studio e confronto, viaggi della Memoria e condivisione di progetti formativi.

Qual è il messaggio che vorreste lasciare ai ragazzi oggi?

Il messaggio che mi sento di lasciare oggi ai ragazzi e quello di non voltare mai la testa dall’altra parte, di prendere posizione e di non dimenticare mai la grandissima forza morale che ognuno di noi ha in se stesso.

“Non voltare mai la testa dall’altra parte” e “prendere posizione”: è questo quello che hanno fatto negli anni i sopravvissuti all’Olocausto, i testimoni che hanno trovato la forza di ripercorrere quell’inferno di sofferenza per denunciare i crimini e la crudeltà, non solo di chi perpetrò la violenza nei confronti loro e delle loro famiglie, ma anche di chi voltò la testa dall’altra parte, preferendo la tranquillità di una posizione privilegiata, e di tutti coloro i quali, dopo la liberazione dai lager, preferirono non chiedere e non sapere.

La negazione del racconto, operata dalle istituzioni come dai comuni cittadini, fu una dolorosa pagina nel percorso di molti dei sopravvissuti, dai quali si pretendeva un quieto ritorno a quella normalità che era stata loro strappata via il giorno in cui la discriminazione diventò legge e, ad esempio, ai bambini ebrei in Italia fu impedito il ritorno a scuola: il primo di una lunga serie di eventi traumatici che Liliana Segre, monumento vivente alla Shoah in Italia, spesso ricorda nelle sue testimonianze.

Lo ricorda anche Sami Modiano, espulso dalla scuola nel 1938 e poi deportato ad Auschwitz-Birkenau insieme alla sua famiglia all’età di tredici anni. Nel campo di sterminio, dove la tenacia di suo padre evitò che fosse immediatamente condotto alla camera a gas, perse il padre stesso e la sorella Lucia, ma riuscì a stringere una profonda amicizia con Piero Terracina, anche lui superstite, di qualche anno più grande. L’amicizia, ricorda la grande maggioranza dei testimoni, fu essenziale alla sopravvivenza. Andando oltre la superficialità di quel sentimento salvifico che i film che trattano il tema dell’Olocausto amano mostrare, l’amicizia, come i piccoli gesti di resistenza – dallo scambio delle scarpe volutamente spaiate al baratto di piccoli oggetti e residui di cibo all’interno delle capanne – serviva a umanizzare degli individui ai quali era stato strappato il loro status di persone.

Non più nomi ma numeri, tatuati sul braccio in spregio a qualsiasi considerazione religiosa o culturale, come il marchio a fuoco di bestie destinate al macello. E da tali erano trattati i prigionieri, fin dal trasporto sui treni merci che attraversavano le città per giungere infine, già carichi dei corpi di chi non era sopravvissuto al viaggio, ai campi di concentramento.

Oggi vediamo altri mezzi di trasporto, carichi di genti di diversa etnia e religione, ma la discriminazione e l’indifferenza davanti a chi porta con sé le testimonianze di atrocità e violenze non è cambiata. I diritti umani vengono negati mentre molte, troppe persone voltano la testa dall’altra parte, e c’è ancora tanto da fare perché la memoria di ciò che è stato possa arginare il pericolo di ciò che potrebbe essere ancora.

Approfondimenti: Il paradosso del testimone | La didattica della Shoah | Tolleranza e intolleranza. Stranieri e diversi nel mondo contemporaneo | La violenza di stato nel Novecento: lager e gulag | United States Holocaust Memorial Museum: Enciclopedia dell’Olocausto

Marzia La Barbera

La rotta balcanica e i diritti negati: gli spazi altri dell’accoglienza

Il 23 dicembre, la notizia di un incendio doloso al campo profughi di Lipa, in Bosnia-Erzegovina, ha scosso l’opinione pubblica e portato alla luce la complessa situazione migratoria ai confini balcanici dell’Unione Europea. Il campo bosniaco, già da tempo oggetto di osservazione e critiche da parte di alcune organizzazioni umanitarie per la salvaguardia dei diritti umani, era stato progettato come soluzione temporanea all’incremento dei flussi migratori durante l’estate e aveva annunciato la prossima chiusura, con conseguente redistribuzione degli ospiti. Tuttavia, il rifiuto da parte di molte regioni della Bosnia-Erzegovina ad accogliere i rifugiati aveva costretto questi ultimi a rimanere nel campo in condizioni invivibili, impreparati alle temperature sempre più rigide e privi dei più basilari servizi igienico-sanitari.

Dopo l’incendio, le autorità del campo hanno parlato, nei giornali bosniaci, di atti di vandalismo da parte dei rifugiati e hanno citato più volte la rabbia degli stessi nei confronti della direzione del campo e delle autorità dello Stato. Una rabbia effettivamente giustificata, se si considera il ritardo con cui le autorità della Bosnia-Erzegovina sono intervenute per soccorrere i rifugiati in fuga dal campo, lasciandoli essenzialmente privi di mezzi di supporto e sussistenza nelle gelide temperature invernali, costretti a trovare riparo nei boschi innevati e in casolari abbandonati.

L’inadempienza delle autorità statali sembra essere soltanto una conferma del ruolo della Bosnia nella recente emergenza migratoria, durante la quale il Paese è diventato il collo di bottiglia dell’Europa. La formazione di campi come quello di Lipa, uno degli otto campi profughi presenti nel Paese, sembra avere lo scopo di bloccare e arginare il fenomeno migratorio piuttosto che quello di consentire ai richiedenti asilo di defluire in maniera regolare e costante all’interno dei Paesi dell’Unione Europea.

Questa tipologia di campi profughi è ampiamente diffusa – parliamo qui di Lipa, ma potremmo citare anche il campo profughi di Lesbo, in Grecia, recentemente ricordato in un rapporto di Medici Senza Frontiere per le precarie condizioni igienico-sanitarie e i rischi connessi alla salute psico-fisica dei rifugiati – e rappresenta l’emblema negativo di quella che viene oggi definita la «rotta balcanica». In quest’ottica, i campi funzionano sempre più spesso come campi di prigionia, con lo scopo di tenere i rifugiati fuori dai confini delle città, ed è esattamente ciò che è accaduto nei giorni immediatamente successivi all’incendio di Lipa, quando i rifugiati in fuga dal campo sono stati respinti dalle forze di polizia e costretti a tornare in quel luogo già definito invivibile dall’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni).

Respinti ai confini da Croazia, Slovenia e Italia, i rifugiati sono rimasti ammassati al gelo nelle foreste della Bosnia, sotto la minaccia costante di soprusi da parte della polizia bosniaca e recando sul proprio corpo i lividi delle violenze perpetrate impunemente dalla polizia croata. Nel frattempo, campi già organizzati che potrebbero ospitare centinaia di persone rimangono inutilizzati, come quello di Bira, sito in un ex-fabbrica nel centro della città di Bihać, chiuso a settembre e mai riaperto perché le autorità locali e una parte della popolazione non accettano l’ingresso dei profughi nella città.

I rifugiati rimangono dunque bloccati nelle “eterotopie” della migrazione: quei luoghi che, ci ricorda Foucault, esistono al di fuori dei luoghi reali a cui appartengono, privi delle più basilari norme socio-giuridiche e soggetti a una costante, ripetuta sospensione dei diritti umani. Una condizione ancora più grave e colpevole, se si considera che la quasi totalità dei profughi proviene da Paesi come l’Afghanistan, l’Iraq e il Pakistan, devastati in larga parte da guerre e politiche scorrette incentivate e coadiuvate dalle stesse nazioni europee che i rifugiati tentano oggi di raggiungere.

Attualmente, migliaia di migranti bloccati a Lipa sono stati soccorsi al confine tra Bosnia e Croazia e ospitati in tende militari, soltanto dopo un duro intervento da parte dell’UE, che negli ultimi anni ha sostenuto la Bosnia-Erzegovina con cospicui finanziamenti per supportare le attività di soccorso e gestione dei flussi migratori. Tuttavia, la situazione igienico-sanitaria rimane emergenziale, soprattutto per l’insorgere di patologie respiratorie e della pelle causate dalla prolungata esposizione alle basse temperature.

Verica Racevic, del gruppo umanitario del Consiglio danese per i rifugiati, sostiene che sia difficile stabilire, allo stato attuale, quanti migranti siano affetti da Covid-19 e quanti, invece, presentino infezioni delle vie respiratorie causate dall’esposizione alle intemperie. E la pandemia è causa anche di ulteriori respingimenti ai confini con Croazia, Slovenia e Italia, già nel mirino delle organizzazioni umanitarie per gli abusi e le violenze sui migranti, sistematiche – specialmente nel caso della Croazia – e sistematicamente ignorate da Bruxelles, a dispetto di qualsiasi convenzione internazionale in tema di accoglienza.

Le testimonianze dei volontari, in effetti, gettano delle ombre sul sistema dell’accoglienza in Bosnia e anche sulla stessa gestione dei campi da parte dell’OIM.

L’organizzazione, come si legge in un’intervista condotta da Omer Karabeg per Radio Slobodna Evropa e ripresa dal sito Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, sembrerebbe limitare le autorizzazioni per l’accesso ai campi da parte dei volontari già dal 2018, nascondendo così le condizioni invivibili e le vessazioni e le violenze di cui i profughi sono oggetto, a opera di guardie private che gestiscono la sicurezza nei campi.

Il problema sembra quindi andare molto oltre l’incendio di Lipa e le poche migliaia di migranti bloccati nella neve del gelido inverno bosniaco. Gli eventi recenti sono soltanto la punta dell’iceberg di una crisi che, volutamente, è stata ignorata dalle autorità competenti in un vergognoso scaricabarile che coinvolge tutti gli organi preposti alla gestione dei flussi migratori, dalle istituzioni bosniache a quelle dell’Unione Europea. Colpevole, quest’ultima, di una immobilità le cui conseguenze colpiscono direttamente i rifugiati, vittime e bersagli di azioni inumane e di politiche apertamente xenofobe. Intanto, mentre Bruxelles temporeggia e le amministrazioni locali rifiutano di assumersi le proprie responsabilità, la Croce Rossa Italiana ha inviato aiuti e volontari per soccorrere i migranti, che rimangono al freddo nei boschi: esseri umani abbandonati da istituzioni che li vorrebbero invisibili.

Approfondimenti:
Internazionale: I dimenticati di Lipa, intrappolati nel ghiaccio della Bosnia; Danish Council for Refugees; Migrants in Bosnia camp health checked after days in cold; Una catastrofe umanitaria nel cuore dell’Europa.

Marzia La Barbera e Giorgia Spina

[:en]FINN Conference – Malta[:]

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The Freedom Is Not Negotiable (FINN) conference took place in Malta, St. Julian’s, on the 16th of March 2019, and was organized by Cross Cultural International Foundation (CCIF). CCIF is a non-profit organization that has been stationed in Malta since 2012, and it is one of the organizations that H.R.Y.O is cooperating with on many different projects. The conference was a part of different activities connected to a project funded by the Malta Community Chest Fund (MCCF) with the purpose of doing preventative anti- human trafficking work.

The conference started with a performance of elementary school children that had created a role-play, and an informing presentation to show what they had learned about human trafficking. Involving children in the work against human trafficking is of high relevance, as children from an early age needs to understand the dangers as well as recognize suspicious behavior and situations. Especially with the potential modern threat of the Internet and social medias, which makes it easier for predators to approach children. The performance was followed by short welcoming remarks by CCIF president Alec Douglas who among other things talked about the project activities, and the approach they have used, where their focus is to involve all the relevant stakeholders in the Maltese community (such a politicians, authorities, civil community, schools, NGO´s…) to create awareness, and find concrete solutions to work against human trafficking. The welcoming remarks were followed by a speech by the Maltese President Mrs. Marie Louise Coleiro Preca, and then a speech by the Parliamentary Secretary Julia Farrugia Portelli.

CCIF invited two former victims of human trafficking as speakers at the conference to share their stories. Although their stories were quite unique and different, both gave us an insight into different ways a person can be subject to human trafficking. Human trafficking is a wide subject, and people’s idea of human trafficking is often limited to the more “visible” forms of trafficking, where one person is abducted and the captivity is physical and clear between the trafficker and victim.

The stories told by the former victims demonstrated different forms of human trafficking where the victims were held captive with “invisible chains”, and did not necessarily know they were victims of human trafficking.. To prohibit this kind of human trafficking, the speakers pointed out that access to healthy role-models, creating awareness and involving the subject in school curriculums, are important methods to prohibit it.

A major part of the conference was to involve the youth participants: therefore CCIF arranged workshops. The participants were divided into two groups, where one group discussed how the youths could be more engaged in the work against human trafficking and how to raise awareness while the other group discussed the political policies and structures that needs to be changed order to create more effective work to end human trafficking. There was a diversity of participants at the conference, and came from different countries, with diverse backgrounds (educational, social and professional) and life- experiences. This made the workshop educational and productive in the sense of sharing knowledge, and point of views on different aspects of the subject.

The conference was highly informative and interactive and opened our eyes to new ways to engage the youths in the work against human trafficking as well as ways to raise awareness. H.R.Y.O will use this knowledge to in a better way work against human trafficking in Palermo.[:]

[:en]Prevention of trafficking in human beings – a conference with a special focus on victims from Nigeria[:]

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Nigeria is a source, transit and destination of human trafficking, and especially when it comes to sexual exploitation of women and children. On a global level, Nigeria is the largest source of trafficked human beings, where most of them are trafficked to Asia and Europe for sexual exploitation.  The people who are trafficked are often low educated and low skilled.

There are numerous reasons why Nigerians ends up in human trafficking. The main factor is the socio-economic situation in Nigeria. The situation is for many Nigerians hopeless, children are often forced to work instead of going to school due to poverty, there is severe economic hardship, with few opportunities, and millions are unemployed, there is also bad economic policies, brain drain and bad foreign exchange.  This leads people to migrate to Europe for better opportunities, or families might force one of their children to migrate or into trafficking with the belief that it will benefit the family economically.  Other reasons include, ethno-religious violence, gender-based discrimination, and polygamy – where women often lose their inheritance, property and income and are subject to discrimination, isolation and stigma.

Many Nigerians migrate to look for better opportunities and a brighter future in Europe, but it comes with an enormous cost. The most common routes to take are through Libya and then go to Italy, and then from Morocco to go to Spain. Many Nigerians are often stranded in these two transit countries, and are facing abuse and violence, and many women and girls are forced into sex trafficking. Many people are also often lured into trafficking, by people who claim to help them over to Europe, but are betraying their trust and force them into trafficking.

Nigeria has migration laws and policies, but it is difficult to have control of the boarders and who is entering the country. This is due to the pattern of migration, the porous, and poorly managed borders in the desert, and the economic partnership agreement ECOWAS (Economic Community Of West African States) opens up for free labor movement between the member states in the west, hence transnational movement of trafficked human beings in and out of Nigeria is problematic.

There is also numerous of issues related to trafficked women who return to their home community. First of all, often due to the ignorance of the people in their home community – the victims often don’t speak about what they have been experiencing.  Secondly, the returnees often feel hopeless and shameful, and have lost their dignity and self-esteem, and there is a lot of stigma around the. Homelessness is also common. Many victims might develop anti-social behavior, drug abuse or go back into prostitution.

Due to the hopeless situation in Nigeria, the youths often have resentment towards the government, and no longer believe that hard work will pay off. The youths are desperate, and are often suffering from the “get rich quick syndrome” – which leads them into fraud and criminal activities.

Native, local, doctors in Nigeria are also luring women into prostitution and trafficking, where women are subject to voodoo, and have to take an oath of secrecy. This lead them to fear for themselves and their families well-being if they don’t keep their oath, and are also not likely to cooperate with the police in the destination country to get out of sex trafficking.

Practices to prevent human trafficking

Throughout the whole conference representatives from different organizations and countries have shared their practices when it comes to preventing human trafficking.

Prevention, awareness and protection in country of origin

Prevention in the country of origin is the key to end human trafficking. Educating youths and children form an early age about human trafficking cuts the rates of trafficked human beings within the community. People should be informed about all the risks and issues of trafficking and the possibility of legal migration, work abroad and their rights.  There are many ways different organizations work on preventing human trafficking;

Most of the prevention actions are targeting children and youths. Secondary school children are often targeted for human trafficking, as traffickers take advantage of their ignorance and naivety. Therefore one organization has created an “anti-trafficking handbook” for schools, to raise awareness from and early age as well as educate girls on the “red flags”. Other organizations are trying to prevent human trafficking by involving the schools and the school community to raise awareness, and talk about human trafficking and the issues surrounding the topic in each subject in the school, as well as creating a safe place for the children and youths where they have adults they can trust. Attitudes towards gender stereotypes also need to be challenged, and changed. The school should be a place where boys and girls are seen as equal. Another common action towards the prevention of human trafficking in the country of origin is prevention and awareness campaigns, where stories of victims are told and information given.

The involvement of community leaders is also important in the prevention of human trafficking. Community leaders have a lot of power and can reach out to the whole community – as prevention of human trafficking only can be tackled through collaboration and unity – the community leaders plays an important role. The local community itself also plays an important role when it comes to reintegration of trafficked human beings – they need to be accepting and understanding so the victims can recover.

Another organization has a different approach in preventing human trafficking. As one of the main reasons for human trafficking is the huge flow of migration from Nigeria due to the socio-economic situation of the country and the high number of unemployment, this organization is focusing on creating work opportunities for youths in the country of origin. In addition to work opportunities, they are offering skill training and courses.

 

Protection and support in the destination country

Trafficked human beings are often invisible, with no rights in the destination countries.  The challenges they are dealing with are both legal and social as well as challenges regarding health and safety.

When it comes to the legal challenges, human trafficking victims are struggling with migration policies, asylum applications and legal residence. Many victims are staying in the destination country illegally and are lacking proper identification documents, and without legal residence these victims have no rights – among other things they cannot get a job, they cannot get education, they cannot get medical attention and they cannot get proper protection. Many organizations are helping with these legal issues, for example by helping victims obtain their original identification from their home country so they can apply for asylum or having a medical clinic for migrants/victims where there is no need to have documentation or help out with lawyers in court in the prosecution of traffickers.

When it comes to the social challenges, victims of human trafficking are struggling with integration, language, work, food, housing, discrimination, and information. There are multiple organizations around Europe that helps the victims with these issues, some have centers where the victims can stay and eat as well as get training, counseling, psychological help and information about their rights and opportunities. Other organizations are offering language or training courses or helping with housing and work, and some organizations are offering different kinds of assistance and support. There are also a few organizations that help victims of human trafficking in returning to their home country.

One of the main issues when it comes to victims of human trafficking is their fear and lack of trust in the police and social services, and fears the repercussions on themselves or their family if they go to the police, as well as they often don’t see themselves as victims.  Due to this, many organizations are focusing on training specialists, social workers, police, and others who work with victims to deal with these issues.

There are also schools that acknowledge the different problems of human trafficking and trying to tackle it by raising awareness and informing the youths, in order to make them aware, active and engaged. In schools, many relationships are created and knowledge and ideas exchanged, and schools have many tools that should be utilized – demonstration is for example one useful tool to raise awareness and inform about sexual exploitation and modern slavery.

Furthermore, the collaboration of different organizations and networks that protect victims of human rights are of high importance and is making a big difference.

 

Research findings

The conference was based on a extensive project, where research in different countries was the main part. Researchers from the respective countries Italy, Austria, Germany, Malta and Spain presented the following findings:

Italy
The Arab spring, the economic crisis in Nigeria and Boko Haram, are all factors for an increased migrant flow from Nigeria and hence more human trafficking. Migrants meet people who say they will help them – but they are cheating and lying. Both men and women are being lured/forced into human trafficking in Libya – which is a transit country for Nigerians migrating to Europe. Criminal organizations will take advantage of any situation.

Before people organized fake documents and sent them with flights to Europe, but now people are not taking this route – instead people are smuggled without documents.  In Italy trafficked human beings can apply for asylum, but this can take up to 3 years, and in the meantime, without resident permit, the victims of human trafficking have few rights, and are often exploited. However, many of these people will eventually get national protection – but it’s difficult if they don’t have documentation.

Austria
There is not many Nigerian victims in the Austrian asylum system: 4% of 42,000 in 2016, where 2% were granted asylum. It is the police and the social sector that identify victims of human trafficking. However Nigerian victims do not often cooperate with the police and often don’t see themselves as victims. Therefore NGOs and the frontline identify many more victims than the police. Some trends found in the research were that women often are exploiters or traffickers, so called “madams”, and that women dominate the trafficking industry and that trafficked Nigerian minors are told to be of age.

Germany
Germany is a destination for human trafficking, and there are a huge number of non-identified trafficked human beings. Identification is important in order to start giving them a new life and protection.  Therefore they see that social training for identifying and dealing with human trafficking is needed, for police and other social/public institutions. The victims usually arrive from Italy or Spain, and it is usually social workers that identify victims.

Malta
Malta is a source, transit and destination for human trafficking, but there have been a positive development on this issue in the past years. In the legal framework, human trafficking is criminalized. And the legislation on gender-based violence and domestic violence aims to protect the victims. However, brothels in Malta are usually disguised as beauty or massage saloons, and previously such saloons needed a license to operate, but not anymore which makes it difficult to investigate.

Some of the trends that were found was that the majority victims of sexual exploitation in Malta are from Asia and Romania.  Recruitment into human trafficking happens in many forms: by madams, through the “boyfriend” method, by traffickers and by spiritual contracts/oaths/voodoo. The researcher have also encountered multiple issues, first of all, there is issues with data, its difficult to get sufficient data materials, secondly trafficked human beings disappear from the systems, there is a under-reporting of cases, there is no adequate knowledge about human trafficking and its lack of coordination among stakeholders.

Spain
The routes Nigerians take to get to Europe is usually through either Libya or Morocco. The trip to get to these countries often takes 1,5 years. Nigerians going to Spain are going through Morocco, and here they are often abused and subject to violence. This travel process is often traumatic. The trends of victims of human trafficking in Spain is that the victims are often young, and unaccompanied, they have low education and they are alone, pregnant or with child/children.

It is NGOs, doctors, social workers and police that detect trafficked human beings, and the identification of victims is done by the police together with the support from social mediators.  Police in cooperation with NGOs does the criminal investigation and the protection and integration of victims is done by NGOs and the state. However, it is difficult to identify and protect victims. This is because of different approaches in detecting and identifying victims, and the Spanish systems are weak – insufficient skills among workers, lack of general and specific knowledge and lack of facilities to address human trafficking.

The research also identified a repetitive spiral of trafficking, where the victim is rescued, but is lacking social and financial security, which leads to low self-esteem and can result in the victim is returning to prostitution, as it is a familiar environment.

Recommendations for fighting human trafficking in the future

Most of the organizations mentioned an extensive need for more collaboration, and broader networks of organizations – not collaboration only between organizations and specialists, but also with governments, municipalities, states and institutions, as well as collaboration across continents – organizations in Europe should work closely with local organizations and communities in Nigeria and other “source” countries.

There is also a need to develop better preventive and protective strategies aimed at youths, and teach them prevention skills early on.  There is a need for awareness campaigns and seminars to become more effective and widespread as well as developing a good anti-trafficking strategy.  Prevention campaigns targeting boys and men are also recommended in order to teach them that sexual exploitation is inhumane and to decrease the demand of sex trafficking.

Many organizations also called for the different governments to take more actions. They should condemn violence, adopt more strict laws, penalties and sanctions and ensure prober policies and legislations regarding human trafficking.

There was a common understanding among the partners of the conference that there is also a need for more professional training for frontline, specialists and NGOs, social workers, police and for anyone dealing directly with human trafficking. In addition, there is a great need for more personalized support and security for the victims.

Lastly, many of the organizations represented in the conference stated that there is a need for increased funding and support for organizations that work against human trafficking, especially specialized NGOs.  There is also a need to identify specific indicators aimed at detecting/identifying victims of human trafficking, as well as there is a need to carrying out more research.

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[:en]REST – Refugee Employment Support and Training[:]

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In the recent years the European labor market has been facing many different challenges, including skill shortage, ageing workforce and lack of motivated apprentices. The high number of refugees that have entered Europe in the recent years might be a solution to these problems – however companies are hesitant to hire refugees due to their unclear professional and educational background, their different culture and religion and their legal situation.

REST is a European project, co-financed by AMIF of the European Union with the aim to contribute to a better integration of refugees into the European labor market.  The project also works to encourage employers to recruit and integrate refugees in their business, which includes getting rid of the stigma surrounding refugee workers as well as how to deal with cultural and religious diversity in the workplace.

Integrating refugees into the labor market have many benefits – for the refugee, for the company and for the labor market. When it comes to the refugees, they will have income, they will have the opportunity to practice and become more fluent in the local language, expand their network and become more socially integrated. The companies will have the opportunity to get new perspectives, or learn new ways of doing specific tasks as the refugees possesses different work experiences and are custom to different ways of working. The companies will also learn new cultures and get a broader diversity among the employees, which will reflect well on the company’s image.  When it comes to the labor market, employing refugees and other minorities are important in overcoming prejudice, discrimination and stereotypes when it comes to immigrant workers, it will contribute to a broader and more diverse labor force, and last but not least, immigrant workers will contribute in a positive way in the economy and will be a solution to the aforementioned challenges in the labor market.

However, refugees face many barriers when it comes to entering the labor market. Discrimination and prejudice is central but the biggest barriers are administrational or legal – to get legal residence permit and work visa is a major challenge especially after the new regulations from 2018.  The new regulations have eliminate one form of protection for refugees – and now they can only apply for one year humanitarian protection, which can not be renewed but only exchanged into a work visa, and that is only possible of the refugee already have a job. Without a legal resident permit, the immigrants are not able to get a job and not able to banking service and many more services. Another obstacle is the application for a permanent resident permit, in order to be eligible the applicant have to finish schooling in Italy, and have valid identification – the latter poses the biggest problem – as many of the immigrants entering Italy don’t have identification.

As long as the refugees possess a legal resident permit – companies are able to employ and integrate them into their business. In order to increase the number of refugees in the labor market, it is necessary to train employers – here are some information employers might find useful:

  • Employers need to be as clear about tasks and expectations as possible – refugees are costumed to different work environments and in order to avoid miscommunication this is essential.
  • Employers should be flexible when it comes to religious and cultural diversity. Some religious/cultural aspects that the employer should know about are e.g. Ramadan, hijab and other religious/cultural clothing, handshake and other contact between man and women.
  • Employers should also be aware about the Italian constitution article 19 and 41, that protects the immigrant’s religious freedom.

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[:it]International Day Against Fascism and Antisemitism[:]

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Racism is a relic of the past or a real problem nowadays?

9th November 2018 marks the 80th anniversary of the ‘Kristallnacht’ pogrom in 1938 in Germany and Austria, turning the discrimination against Jews that started in 1933 to a systematic persecution, which culminated in the Holocaust merely three years later.

Fascism, however, did not cease to exist after 8th May 1945. Today, racist, fascist and Neo-Nazi movements are on the rise all over Europe. Neo-Nazis hunt and assault migrants, Muslims, Jews,  Roma, LGBTQ-activists, people living with disabilities and other minorities, using rallies as a cover-up for their hate-crimes.

Since the early 1990s, UNITED for Intercultural Action has organised and inspired annual pan-European antiracist activities on 9 November. This date has several reasons, firstly, to commemorate victims of the “Kristallnacht” pogrom and, more broadly, victims of the Holocaust and of fascism throughout history. Secondly, to raise awareness about the danger of racism, anti-semitism, right-wing extremism and neo-fascism today. The third main reason is to mobilise different groups and individuals to build a common front against xenophobia, intolerance, hate and violence.

The European Parliament is concerned by the increasing normalisation of fascism, racism and xenophobia and calls on EU member states to ban neo-fascist and neo-Nazi groups.

http://www.europarl.europa.eu/news/en/press-room/20181018IPR16527/parliament-demands-ban-on-neo-fascist-nd-neo-nazi-groups-in-the-eu

Interesting fact:

 

  • The name “Kristallnacht” (“Crystal Night”) was obtained in connection with the many broken windows of shops and shopping places. The occasion was the revenge for the murder of a German diplomat E. Rath by a Polish Jew, who committed an act of vengeance for the expulsion of his parents from Germany.
  • One of the largest manifestations of xenophobia was the apartheid regime in the Republic of South Africa. It was implemented by official policy that supported separated life of white and black people. For combating this phenomenon, Nelson Mandela was awarded the Nobel Peace Prize.

 

 

To  know more about the history of antisemitism you can take the online course developed by Yad Vashem, the world holocaust remembrance center. https://www.futurelearn.com/courses/antisemitism

For a short history of fascism click here[:]

[:en]World Day for Decent Work[:]

[:en]On October 7, 2018, the international trade unions celebrate World Action Day for Decent Work for the eleventh time. The idea of ​​holding such a Day annually, was put forward by the International Trade Union Confederation (https://www.ituc-csi.org/?lang=en), and immediately found a wide response in the trade union environment of the world, including in countries where the General Confederation of Trade Unions affiliates operate. Today, along with the Day of International Solidarity of Workers on May 1, it has become an integral part of the global struggle of trade unions for labor rights and freedoms, for raising the living standards of all people on the planet, for the elimination of poverty and hunger, against inequality, social exclusion and discrimination.

World Day for Action for Decent Work gives trade unions of all countries a unique opportunity to simultaneously declare support for the Decent Work for All Program, adopted by the International Labor Organization in 1999 and recognized by the UN and global civil society as the main goal of sustainable human development.

Over the past 11 years, hundreds of millions of working people in various parts of the world took part in the actions of solidarity that took place within the framework of the Day of Action. They paid and draw the attention of governments and employers, the entire world community to the need in the foreseeable future to guarantee every person a quality workplace, a fair salary, an adequate level of social protection, safe working conditions, the possibility of free exercise of their rights in the field of labor relations and social policy, healthy natural environment.

The demand for higher wages and, above all, minimum wages, remains one of the main slogans of World Decent Work Day. Without this, on the firm conviction of the trade unions, successful progress towards decent work is impossible. In a broader sense, this is a call to combat poverty, including the impoverishment of the working person.

Today, in a world where one percent of people own much more wealth than the rest of the world’s population, the problem of low wages is acute even in economically developed countries. According to the European Trade Union Confederation (ETUC), over the past 20 years labor productivity in the European Union has increased by an average of 30 percent, while wages by 20 percent.

According to the International Confederation of Trade Unions only 7% of working people in the formal and informal sectors today are union members, but hundreds more millions of workers want the security and protection provided by trade unions. Attracting new members is the most important challenge facing the world trade union movement, and the World Day for Decent Work is a great opportunity to spread the union of ideas as widely as possible, to help workers to join trade unions and to develop international solidarity actions of the workers.

Olga Rogalevich[:]

[:en]Access to information – a privilege or a right?[:]

[:en]Today, 28 September, the whole world celebrates International Right to Know Day.

This date has been celebrated since 2003 after the idea to celebrate and promote the International Day of the Right to Know was expressed on September 28, 2002 at a conference devoted to freedom of information, which was held in Sofia, Bulgaria. Representatives of Freedom of Information (FOI) organizations from 15 countries took part – Albania, Armenia, Bosnia and Herzegovina, Bulgaria, Georgia, Hungary, India, Latvia, Macedonia, Mexico, Moldova, Romania, Slovakia, South Africa, and USA, as well as representatives of international organizations which work in the field.

The aim of the international date is recalling the right of every person to access to government information. It is important because freedom to seek, receive and disseminate information is one of the most important political and personal human rights which is included in the Universal Declaration of Human Rights. The right of society to receive information from public services is one of the signs of openness of governance, it is included in the constitutions of many countries. The right to know allows people to make informed choices, actively participate in the life of the country. It also helps the authorities to work with the population together to improve their living conditions.

On this day civil activists and organizations arrange a wide range of activities to raise awareness on the right of information and to foster making democratic societies. They organize conferences, trainings, competitions, award ceremonies, concerts, theatre performances, movies, launch info-requesting campaigns and web sites, etc. to this end.

The London Human Rights organization Article 19 makes a great contribution to the celebration of the significant date, and this is what her Senior Legal Counsel David Banisar says about this: “The right to know is celebrated in almost 50 countries around the world in order to emphasize the right of citizens to information which allows to monitor the activities of government officials. Our organization is named in honor of the 19th article of the Universal Declaration of Human Rights, which guarantees freedom of speech. Our goal is to provide access to information about the actions of the government – on what they spend government funds, how they make decisions and what are their future plans”.

 

For additional information see the link: http://foiadvocates.net

Olga Rogalevich[:]

[:it]“Welcoming Europe”: uno strumento di democrazia partecipativa per un’Europa più accogliente[:]

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“Welcoming Europe – Per un’Europa che accoglie” nasce da un’iniziativa di Radicali Italiani, FCEI, Associazione a buon diritto, Acli, ActionAid, ASCS, AOI, ARCI, ASGI, Baobab experience, Fondazione casa della carità, CILD, CNCA, ND, Legambiente e OXFAM Italia, con l’adesione di numerosissime associazioni, enti e fondazioni.

L’azione si basa sull’iniziativa dei cittadini europei (ICE), strumento che permette di presentare una proposta legislativa alla Commissione Europea in materie di competenza dell’Unione. A seguito della formazione di un comitato composto da almeno 7 membri residenti in 7 Stati membri diversi, si può registrare l’iniziativa e in seguito procedere alla raccolta delle dichiarazioni di sostegno (sono necessarie un milione di firme in 12 mesi da almeno 7 paesi membri).

La campagna “Welcoming Europe” prende le mosse dalla considerazione delle difficoltà di gestione dei flussi migratori da parte dei governi nazionali e dalla necessità da parte di molti cittadini di voler dare una mano. Gli obiettivi principali dell’iniziativa riguardano i seguenti punti: rendere accessibile la sponsorship privata per i rifugiati, tutelare chi fornisce aiuti umanitari e sostenere le vittime per combattere sfruttamento sul lavoro e violazione di diritti umani.

I fondi del FAMI (Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione) a sostegno dell’accoglienza e dell’integrazione, non sono facilmente accessibili da parte delle autorità locali e degli attori non statali. L’iniziativa propone di includere nel Regolamento (UE) N. 516/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio una nuova linea di finanziamento FAMI destinata a programmi di sponsorship privata e formazione per gruppi locali e associazioni che si prestano a tale ruolo. Inoltre, suggerirebbe la definizione della sponsorship come strumento per migliorare l’inclusione e garantire ai beneficiari gli stessi diritti e servizi previsti per i rifugiati dalla normativa nazionale ed europea.

Il secondo punto dell’iniziativa riguarda la possibilità di dare aiuti umanitari senza rischiare di incorrere in sanzioni o azioni penali. Sono numerosi i casi di volontari della società civile che sono stati presi di mira a causa del loro aiuto umanitario e dei servizi di prima assistenza forniti. Pertanto, si richiede alla Commissione Europea la modifica dell’attuale Direttiva dell’UE sul favoreggiamento (2002/90 /CE) per “impedire agli Stati membri di imporre sanzioni a privati cittadini o ONG che forniscono assistenza umanitaria senza scopo di lucro a coloro che ne hanno bisogno” e per specificare che non siano perseguiti semplici atti di assistenza. Inoltre, si propone un nuovo articolo in cui si prevede che “nessuno che fornisca aiuto umanitario sia obbligato a denunciare i migranti privi di documenti ai quali fornisce assistenza”.

Nell’ultimo punto viene proposto di introdurre meccanismi nazionali che permettano alle vittime di presentare ricorsi e sporgere denuncia in sicurezza e in piena attuazione della normativa UE. Si rende fondamentale: combattere l’impiego di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno sia irregolare; applicare le norme in materia di assistenza e protezione delle vittime di crimini; prevenire e reprimere i fenomeni di tratta di esseri umani; proteggere i cittadini di paesi terzi coinvolti in un’azione di favoreggiamento dell’immigrazione illegale che cooperino con le autorità. Inoltre, si dovrebbe permettere alla vittima di avviare procedimenti giudiziari senza ripercussioni sul proprio status giuridico. La proposta segue richiedendo l’implementazione del meccanismo di denuncia efficace riguardante anche le possibili violazioni da parte di FRONTEX, della guardia di finanza e della guardia costiera dei singoli Stati membri e dei paesi terzi che ricevono sostegno dall’UE o da uno Stato membro. Infine, si richiede di colmare le lacune del quadro giuridico europeo in materia di migrazione legale, regolamentare settori del lavoro non altamente qualificato ed evitare lo sfruttamento.

La proposta ICE “We are a welcoming Europe. Let us help” è stata approvata il 14 febbraio 2018 e sarà possibile sottoscrivere fino a febbraio 2019.

Per firmare clicca qui

Per ulteriori informazioni consulta il sito[:]

[:it]Governo italiano – Libia, uno spunto di riflessione su D.L. 84/2018 [:]

[:it]L’attuale condizione della Libia è alquanto controversa a causa dell’instabilità politica, del deterioramento della sicurezza, della presenza dello stato islamico e dei problemi legati ai flussi migratori e alla tratta di esseri umani.
Al suo interno sono presenti una pluralità di attori che lottano per il potere.La prima istituzione è il Consiglio presidenziale, con base a Tripoli dal marzo 2016, guidato da Fayez al-Sarraj e creato dalla firma dell’Accordo politico libico negoziato dall’Onu nel dicembre 2015. Presiede il Governo di Accordo Nazionale, il quale è appoggiato dalle Nazioni Unite e riconosciuto a livello internazionale.
Il secondo centro di potere è rappresentato dal Governo di Salvezza Nazionale (o Parlamento di Tripoli) il cui primo ministro Khalifa Ghwelled è appoggiato all’autorità del Congresso Generale Nazionale. Tra il 2016 e il 2017 ha perso molto potere e la maggior parte dei suoi membri sono stati trasferiti al Consiglio di Stato, organo consultivo guidato da Abdul RahmanSwehli, membro della Camera dei Deputati e a rischio di sanzioni individuali da parte dell’UE.

L’ultima forza è costituita dalle autorità che hanno sede a Tobruk e al-Bayda. Da un lato, la Camera dei Deputati, con sede a Tobruk, è l’autorità legislativa legittimata dall’Accordo politico libico. Dall’altro lato, il governo di Abdullah al-Thinniche ha dovuto cedere il potere al Governo di Accordo Nazionale. Le suddette autorità si sono allineate con il generale Khalifa Haftar, anti-Islamico comandante dell’esercito nazionale libico.
A livello internazionale la criticità della condizione libica è ampiamente riconosciuta. L’Alto Commissario per i diritti umani dell’ONU, a giugno 2018,segnalava la crescita dei rischi per la popolazione della città orientale di Dena e la costante violazione dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale a causa dei conflitti interni e dell’assedio da parte delle milizie dello Stato islamico.

L’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione Europea dichiarava a maggio 2018 la necessità di non focalizzarsi solamente sui problemi libici legati a migrazione e sicurezza. Secondo Federica Mogherini, gli Europei hanno la responsabilità di sostenere la Libia, accompagnare il processo di transizione verso la democrazia e garantire alla popolazione libica l’esercizio dei loro diritti fondamentali.
Veniamo ora al rapporto tra Italia e Libia e alla sua evoluzione negli ultimi anni. Nel 2007 le parti avevano promosso la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere e avevano siglato accordi per fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione clandestina. L’anno successivo viene portato a temine un tentativo di intesa attraverso il Trattato di Amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria libica popolare socialista. A partire dal D.L. n. 8/2008 la Guardia di finanza italiana ha partecipato alla missione bilaterale in Libia di supporto alla Guardia costiera libica. È stata prevista anche una spesa per la manutenzione ordinaria e per l’efficienza delle unità navali cedute dal Governo italiano al Governo libico pro tempore; tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010 sono state cedute quattro unità navali. In seguito al danneggiamento subito durante la guerra civile libica, le navi sono state ritirate per essere riparate, per poi essere riconsegnate nel 2017. Contemporaneamente venivano avviate procedure di manutenzione di altre sei unità.

Nel febbraio 2017 il presidente del consiglio italiano Gentiloni e il presidente del Consiglio presidenziale Sarraj hanno firmato il Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato di Libia e la Repubblica italiana. In quella circostanza l’Italia si è impegnata ancora una volta a fornire supporto tecnico e tecnologico alla Guardia di frontiera e alla Guardia costiera del Ministero della Difesa e agli organi e dipartimenti competenti presso il Ministero dell’Interno, nonché a fornire sostegno e finanziamento a programmi di crescita nelle regioni colpite dal fenomeno dell’immigrazione illegale.

In questo quadro giuridico si inserisce il D.L. 84/2018 che contiene disposizioni urgenti per la cessione a titolo gratuito di 12 unità navali italiane a supporto della Guardia costiera del Ministero della difesa e degli organi per la sicurezza costiera del Ministero dell’Interno libici. L’articolo 2 dello stesso provvedimento ha autorizzato una cospicua spesa per la manutenzione delle suddette unità navali e per l’addestramento e la formazione del personale coinvolto. In seguito all’esame da parte della Commissione e alla discussione in Parlamento, il suddetto decreto è stato convertito in legge in data 06 agosto.
Nell’ambito della cooperazione politica, il governo italiano si impegna a favorire una soluzione alla crisi libica che permetta il superamento della sua instabilità politica. L’ambasciata italiana è attualmente l’unica missione diplomatica occidentale ufficialmente aperta nel paese. Inoltre, l’Italia sostiene il governo di accordo nazionale, tutte le istituzioni libiche di transizione e ricostruzione e il contrasto ai traffici di esseri umani.
Al contempo, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano evidenzia la precaria situazione di sicurezza dello stato libico, in ragione degli scontri armati in varie aree del paese, della minaccia terroristica e del rischio rapimenti. Non vi è quindi garanzia di uno standard minimo di sicurezza che permetta di avere fiducia nella gestione libica.

Alla luce di tutti gli elementi analizzati, come si conciliano gli aiuti elargiti allo stato libico con il riconoscimento da parte dello stato italiano di un’instabilità politica che compromette la pace e la sicurezza del suddetto paese?

Valeria Buscemi

Fonti:
Camera dei Deputati – Documentazione Parlamentare – D.L. 84/2018: Cessione di unità navali alla Libia: https://temi.camera.it/leg18/dossier/OCD18-10715/d-l-84-2018-cessione-unita-navali-alla-libia.html
Farnesina – Viaggiare Sicuri – Libia: http://www.viaggiaresicuri.it/paesi/dettaglio/libia.html?no_cache=1
Farnesina – Ambasciata italiana Tripoli – cooperazione politica: https://ambtripoli.esteri.it/ambasciata_tripoli/it/i_rapporti_bilaterali/cooperazione_politica
European Council on foreign relations – “A quick guide to Libya’s main players”:https://www.ecfr.eu/mena/mapping_libya_conflict#
UN Human Rights Office of the High Commissioner – “Press briefing note on Libya – escalating risks”:https://www.ohchr.org/en/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=23187&LangID=E
European Parliament – Briefing June2017: http://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/BRIE/2017/603959/EPRS_BRI(2017)603959_EN.pdf
European Union External Action – “Speech by High Representative/Vice-President Federica Mogherini at the plenary session of the European Parliament on Libya”:https://eeas.europa.eu/headquarters/headquarters-homepage/45450/speech-hrvp-mogherini-plenary-session-european-parliament-libya_en[:]