La Convenzione di Istanbul e Turchia

La decisione di Erdogan di far uscire la Turchia dalla Convenzione di Istanbul ha nuovamente portato all’attenzione dei media, e non solo, la questione dei diritti umani nel Paese a cavallo tra Asia e Europa. Ormai da anni la Turchia è al centro di vari dibattiti per le politiche più o meno aggressive del Presidente Erdogan. Infatti, il governo del Paese ha affermato con decisione i propri interessi geopolitici nella regione Mediorientale, così come ha messo in atto una strategia politica sulla questione dei migranti alle porte dell’Europa, mostrando un atteggiamento generale molto deciso nella politica estera. La manifestazione dell’indole risoluta di Ankara si è sempre più sovente manifestata anche nella politica interna e nel controllo esercitato dalla politica e da Erdogan nei confronti dei cittadini e delle libertà sociali e politiche, calpestando i diritti della popolazione turca. H.R.Y.O, in seguito alla notizia dell’annullamento della Convenzione di Istanbul, ha deciso di intervistare la Dott.ssa Dicle Maybek, attivista della Humane Life and Democratic Society Association per capire meglio la situazione e esplorare la questione con un’esperta che vive e lavora in Turchia.

A seguito della pubblicazione del Decreto del Presidente della Repubblica sull’annullamento della Convenzione di Istanbul sulla Gazzetta Ufficiale, in molte province si sono svolte proteste e non è mancato l’intervento della polizia. Puoi parlarci un po’ di quello che sta succedendo in Turchia? 

Ho partecipato alla protesta di Ankara. La manifestazione organizzata della piattaforma “Fermeremo il femminicidio” e del “Consiglio delle donne” si è svolta alle 15:00 del 20 marzo ad Ankara. Prima dell’inizio, il fronte della municipalità di Çankaya era già stato bloccato dalla polizia. Come in ogni azione, c’erano due-tre poliziotti per persona e dagli slogan si capiva che ci sono stati arresti. 

La manifestazione delle 17:30, convocata dalle donne, dall’organizzazione LGBTQ+ e dal Sindacato, è stata molto partecipata. La polizia ha installato barricate in tre punti diversi per dividere il gruppo. Ci siamo persi con alcuni nostri amici con cui siamo andati insieme. Eravamo un gruppo molto colorato e creativo, con degli slogan divertenti.

La manifestazione pacifica è durata circa 90 minuti, durante i quali abbiamo protetto dalla polizia la bandiera di LGBTQ+ facendola passare dalla testa alla fine del corteo. Un aneddoto interessante che posso raccontare è che poiché stava piovendo una attivista ha riparato col proprio ombrello un’agente della polizia che si stava bagnando.

Fuori Ankara, nelle città metropolitane tra cui Istanbul, Izmir, Bursa, Adana, Antalya, Mersin, ecc. ci sono state proteste, migliaia di donne hanno partecipato. In effetti, nuove proteste hanno ancora luogo a intermittenza. Ogni sera alle 21 le donne in Turchia partecipano all’azione dai loro balconi per protestare contro il Decreto Presidenziale per l’annullamento della Convenzione di Istanbul.

Come viene affrontato il tema dalla politica e dai media? 

Molti media hanno interpretato le tre scimmie. Naturalmente, i giornalisti che hanno una prospettiva femminista o un approccio basato sui diritti umani hanno incluso l’argomento nelle loro colonne. Sarebbe ingiusto metterli tutti alla gogna. Allo stesso tempo, le donne si sono organizzate tramite i social media sia per le manifestazioni che per le  campagne di sensibilizzazione. Per quanto riguarda i leader dei partiti politici, ancora una volta, le contrapposizioni non sono andate oltre la mera “condanna” formale. Le donne del CHP (Cumhuriyet Halk Partisi – Partito Popolare) hanno introdotto alla tribuna del parlamento il gilet viola (“Mor Cepken”, un simbolo della tradizione nomade per la libertà di divorzio usata dalle donne nomadi contro i loro mariti). e hanno sottolineato l’importanza della Convenzione di Istanbul. In più, il partito Deva (Demokrasi ve Atılım Partisi – Partito della Democrazia e del Progresso) sta portando la questione alla Corte Suprema. 

Qual è la posizione dei partiti al governo?

Non so quanto sia corretto parlare di un partito. Piuttosto, le decisioni vengono da una persona. Quindi non sono in grado di rispondere a questa domanda.

Ci sono stati segnali che facevano presagire una tale decisione? 

In effetti, è un argomento che si affronta da molto tempo. Sulla parità di genere nell’educazione alcuni passi sono stati fatti dal ministero e da Organizzazioni Internazionali come Unicef, che hanno promosso progetti e percorsi volti a diminuire il gap educativo tra bambini e bambine. Questi sforzi però hanno attirato le critiche di partiti politici e giornali faziosi che sono riusciti a interrompere il progetto ETCEP che mirava a promuovere l’uguaglianza di genere nelle scuole in seguito ad un articolo che muoveva l’accusa assurda al programma Unicef di ‘creare confusione sessuale nei bambini’. Stiamo parlando di una mentalità che dice che uomini e donne non sono uguali e che il posto della donna è la casa. Stiamo parlando di una mentalità oscura che dice che è un peccato per le donne opporsi agli uomini. Stiamo parlando della mentalità che preferisce chiamare i matrimoni precoci come matrimoni “in tenera età”. Stiamo parlando della mentalità che cerca di screditare gli assistenti sociali, poi licenziati per aver denunciato alla polizia il caso di una ragazza di 14 anni che ha partorito in ospedale. I giornali sostenitori del partito al  potere hanno  sostenuto la decisione presidenziale sottolineando come la Convenzione di Istanbul e la legge n. 6284 siano pratiche legali che “lasciano i bambini senza padre e distruggono la famiglia”. I partiti stessi negli ultimi anni si sono espressi contro i movimenti pro-aborto, andando anche a depenalizzare lo stupro attraverso una serie di leggi e quindi ledendo i diritti e la dignità delle donne. C’è sempre stato e continuerà ad esserci un attacco ai diritti umani delle donne e degli individui LGBTQ+.

Quale è stata la giustificazione di Erdogan alla uscita della Turchia dalla Convenzione?

È interessante notare che hanno cercato di dipingere la Convenzione come un attacco all’istituzione familiare, nonostante non vi è alcuna clausola riguardante la famiglia all’interno di essa. Allo stesso tempo, hanno detto che incoraggia le persone ad essere omosessuali. Anche qui, non esiste incoraggiare l’omosessualità. Proprio come una persona può essere eterosessuale, può anche essere omosessuale. Esistono più di 1500 specie omosessuali in natura. È ignoranza, per non dire altro, venir fuori e chiamarla eresia, immoralità o addirittura etichettare una convenzione come “incoraggiamento”. 

Inoltre, questa convenzione è stata aperta alla firma durante il loro governo e la conferenza è stata ospitata dalla Turchia. Questa è anche la parte tragicomica. Circa 2 settimane fa, un deputato dell’AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi – Partito della Giustizia e dello Sviluppo) ha dichiarato che  il tasso di omicidi è 12 volte superiore a quello di femminicidi , facendo passare il messaggio assurdo  che gli uomini si uccidono a vicenda, e questi non sono omicidi basati alla disuguaglianza di genere. Mentre invece le donne vengono uccise dagli uomini in questo paese a causa del veleno della disuguaglianza di genere e dei ruoli di genere tradizionali. Ecco perché diciamo che il femminicidio è politico.

Cosa comporterà per le donne e la comunità LGTBQ+ l’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul? 

Significa la vita. Guardate, stiamo parlando del diritto umano più fondamentale: il diritto alla vita (Infatti, il ritiro dalla Convenzione di Istanbul è già contro il diritto internazionale, molti ordini degli avvocati hanno rilasciato dichiarazioni a riguardo).

La Convenzione di Istanbul ha 4 principi molto importanti: prevenzione della violenza, protezione dalla violenza, indagini efficaci e sviluppo e attuazione di politiche integrate per l’uguaglianza di genere. La Convenzione di Istanbul afferma inoltre che nessuno sarà discriminato a causa di questioni come la religione, la lingua, la razza, l’identità di genere e l’orientamento sessuale. E’ una difesa completamente attrezzata contro lo stato patriarcale e le sue pratiche e vuole porre fine a questa mentalità a lungo termine. Essa comprende anche articoli  per  rivedere le leggi nazionali degli Stati che sono parti della presente Convenzione. Infatti, la legge n. 6284 è stata approvata perché abbiamo obblighi derivanti da questo Trattato. 

In breve, il recedere dalla Convenzione di Istanbul, significa riportare la Turchia indietro non solo di 50 anni, ma alla mentalità del Medioevo. Questo è un crimine contro l’umanità. Perché questo aprirà la strada agli omicidi di donne e LGBTQ+ e a pratiche arbitrarie nella legge.

Come ha reagito l’opinione pubblica? (differenze a livello geografico?)

Club di calcio, associazioni di imprenditori, associazioni di avvocati, società private hanno condiviso post sui social media su quanto sia stata terribile e reazionaria la decisione di ritirarsi dalla Convenzione di Istanbul. Sono state intraprese manifestazioni efficaci in tutte le regioni geografiche. Attualmente, le donne continuano a protestare nelle città metropolitane come Izmir, Ankara e Istanbul.

Come si sta organizzando il movimento femminista?

Siamo nel movimento delle donne della quarta ondata dal 2008. Ora ci stiamo organizzando su piattaforme digitali. Per questo, utilizziamo attivamente gli account dei social media. Stiamo cercando di portare la discriminazione di genere e la violenza maschile nell’agenda del paese lanciando campagne tramite hashtag. Le piattaforme digitali delle donne assassinate di recente (non voglio entrare nella distinzione tra trans e non trans, perché chiunque dichiari la propria identità di genere come donna è una donna) è stata utilizzata in modo estremamente funzionale sia in termini dei processi di contenzioso, divulgazione degli autori e supporto alle loro famiglie. Naturalmente, molte campagne possono essere realizzate grazie al contributo di organizzazioni che seguono questi casi e difendono i diritti in parlamento e in altre piattaforme. Oltre ai social media, possiamo comunicare attraverso i nostri gruppi Whatsapp e gruppi di posta elettronica e prendere decisioni congiunte. Pertanto, è un’organizzazione molto veloce ed efficace.

Le parole della Dott.ssa Maybek mettono in risalto come per la Turchia e la sua popolazione quest’ulteriore evento sia l’inizio di un periodo difficile e poco rassicurante. Sembra infatti che la volontà politica sia quella di sradicare lentamente i diritti della popolazione, ormai anche quelli fondamentali. Tuttavia, il popolo turco sembra non arrendersi alla tracotanza dei propri politici e al sistema creato fondato sulla paura, la violenza e l’intimidazione. I movimenti di protesta e le organizzazioni per i diritti umani mirano a sensibilizzare e raccogliere attorno a loro sempre più persone così da creare un’opposizione e aprire una breccia di speranza attraverso la mobilitazione della società civile, pronta a riprendersi i propri diritti. Intanto pretendiamo una risposta immediata dalle istituzioni europee alla richiesta della Piattaforma delle donne per l’uguaglianza (EŞİK), in quanto la decisione della Turchia va contro il sistema giuridico interno del Paese, e di esaminare la legalità della procedura e le sue implicazioni per il diritto internazionale.

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Dicle Maybek è nata ad Ankara nel 1983. Laureata in Sociologia nel 2006, ottiene un Master nel 2009 con una tesi dal titolo  Approcci alla violenza contro le donne dal punto di vista patriarcali e di culture e teorie femministe: esempio del distretto di Yenimahalle della provincia di Ankara La Dott.ssa Maybek ottiene poi un dottorato  nel 2016 con il  progetto di ricerca  Una porta che si apre per la donna vittime di violenza: Casa rifugio e strategie per la vita dopo

La Dott.ssa Maybek, è una dei membri fondatori della Humane Life and Democratic Society Association ed è attivista per i diritti umani, prende parte a molti progetti nazionali e internazionali in diversi status. 

Attualmente sta lavorando come Project Manager presso la Municipalità di Yenimahalle ad Ankara e come docente presso il dipartimento ricreativo della Scuola di educazione fisica e sport dell’Università di salute e scienze sociali di Cipro.