Liliana e Serena raccontano la loro esperienza con il progetto “Together build the bridges for inclusion”

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Poitiers, 27 Novembre 2018. Abbiamo appena concluso un viaggio fantastico grazie all’organizzazione giovanile H.Y.R.O. che ci ha permesso di partecipare al progetto “Together, build the bridges for inclusion”. Sono volati otto giorni e adesso siamo sul treno direzione aeroporto Charles de Gaulle…si torna a casa! La Francia, Poitiers ci ha accolte con la stessa ospitalità che appartiene a noi siciliani come a volerci dire “guardate siamo simili”. Il nostro arrivo ci ha catapultate in una realtà completamente nuova, piene di eccitazione, gioia, voglia di fare e timore. All’inizio siamo partite molto preoccupate per la paura di non essere capaci di esprimere tutto il nostro mondo, le nostre idee, la nostra personalità nel modo corretto.

Per noi è stata la prima esperienza di studio all’estero, la prima come scambio culturale per cui l’insicurezza maggiore è stata dettata da una lingua inglese non proprio scorrevole, avendone una padronanza prettamente scolastica. Per fortuna tutti i nostri dubbi e le perplessità sono stati immediatamente cancellati grazie alla presenza di perfetti compagni di viaggi molto disponibili all’ascolto e al supporto, e dopo solo un paio di giorni abbiamo raggiunto una sicurezza tale da cancellare ogni barriera linguistica. Abbiamo coltivato un rapporto forte in grado di condividere pensieri profondi, emozioni ed esperienze. Tutti diversi e uguali allo stesso tempo, ci siamo mischiati, colto le differenze e accettati! Le competenze professionali di tutto il team e la spiccata sensibilità del nostro carissimo tutor Idrisse hanno fatto da garante a tutto ciò aiutandoci a realizzare un pensiero autonomo e critico sul tema dell’inclusione sociale. Questo ha permesso di evidenziare le differenze di tutti noi provenienti da vari Paesi Europei tramite dibattiti “democratici” per la promozione di un’etica civile di tolleranza.

Abbiamo discusso sulla differenza tra integrazione ed inclusione, analizzando le situazioni presenti nei paesi di origine di ognuno di noi; ciò ha permesso non solo di avere una visione globale del problema ma anche di confrontarci su più fronti per arrivare ad una linea comune di sensibilizzazione del problema. Si evince, da questi confronti, un’urgente necessità di rinnovamento e istituzionalizzazione; soprattutto in Italia, vi è la necessità di attuare riforme che favoriscano lo sviluppo di aiuti umanitari e che permettano  l’incremento dei processi di integrazione ed inclusione che, in altri paesi, sono avvenuti in modo naturale facendo sentire gli immigrati parte integrante della società autoctona e quest’ultima assolutamente tollerante, al punto da non percepire neanche la provenienza da altri paesi di questi soggetti. Un clima di totale rispetto umanitario dove tutti sono cittadini del mondo in cui vivono senza percepire barriere e dove la politica garantisce i diritti umanitari di tutti.

Uno dei workshop più belli svolti all’interno del progetto è stato quello in cui abbiamo potuto raccontare, ognuno per il proprio paese, come venga vissuta la presenza di varie minoranze culturali e religiose perché ha permesso di conoscere realtà sconosciute ai nostri occhi. Lì ci siamo convinte di quanto sia realmente importante che si ponga ovunque come fondamento la tolleranza e l’accettazione della diversità. Accettare il diverso significa sconfiggere l’odio, i cattivi pensieri, il malessere. E diverso è lo straniero, il viandante, il disabile, l’omosessuale, il transessuale, l’alcolizzato, il drogato, il reietto, tutti coloro che non rappresentano l’ego di una persona. Accettare vuol dire aprirsi all’altro, ai suoi bisogni, ascoltarlo perché il solo fatto di farlo sentire un uomo degno di considerazione lo si fa sentire vivo, unico, irripetibile, importante.

Abbiamo costruito dei ponti reali e metaforici con le altre culture cercando un modo di comunicare che fosse simile e comprensibile a tutti, stabilendo che la collaborazione, la coesione, la relazione siano basi fondamentali per la costruzione di una società che rispetti l’essere umano. Ma siamo esseri umani e come tutti gli esseri umani, a volte, è stato un po’ difficile per tutti mettere da parte i pregiudizi verso qualcosa o qualcuno che non rientra nella nostra forma mentis. Noi siciliane, ad esempio, purtroppo abbiamo pagato l’eredità di una cattiva informazione, della presenza massiccia della mafia e della cattiva politica e spesso, ad essere sinceri, non sono mancate discussioni animate su tutti questi argomenti. Noi speriamo, nel nostro piccolo, di essere riuscite a dimostrare che la Sicilia non è il covo dell’illegalità ma la culla di tutte le culture occidentali e piena di personalità di spicco che hanno dato prova del fatto che la legalità, la filosofia, la medicina, lo sport, la scienza siano i nostri punti di forza.

È stato emblematico un gioco fatto alla fine del progetto dove, scegliendo in modo alternato una persona a cui consegnare uno spago e di cui descrivere un aspetto positivo del carattere, si è creato un vero e proprio reticolo che ha collegato ognuno di noi da ogni parte dell’Europa e del mondo. È stato come se avessimo annullato ogni distanza per creare un flusso unico di energia e, se ci riflettiamo, è così: se riuscissimo col pensiero, con le parole e con i fatti a sentirci tutti più vicini ci sentiremmo ognuno responsabile verso il prossimo. Non si tratta di essere uguali ma di considerare di essere tutti simili; la somiglianza ad un altro ci fa percepire l’altro da noi come uguale e diverso allo stesso tempo, dedicandogli la giusta attenzione ed il giusto rispetto. Se fossimo uguali si annullerebbero le differenze che, invece, sono la ricchezza dell’umanità.

Liliana Cimino & Serena Polisano