L’Ungheria ai tempi del Covid-19, la svolta di Orbán e il silenzio dell’UE. La pandemia in corso ha richiesto a molti governi l’adozione di misure eccezionali che limitano le libertà personali dei cittadini. In alcuni casi però, come quello dell’Ungheria, il rischio è che la graduale acquisizione dei pieni poteri da parte del governo costituisca una vera e propria minaccia per i principi e i valori fondamentali dell’Europa.

Nel presente articolo, cercheremo di analizzare la spinta populista dell’Ungheria di Orbán e le principali conseguenze europee. L’opinione pubblica è abbastanza concorde che l’Ungheria non abbia gli standard minimi per rimanere in Europa né tanto più per essere definita una piena democrazia.

Il Democratic Index1 e il Freedom House2 del 2019 vedono l’Ungheria rispettivamente al 55° posto “democrazia imperfetta” (flawed democracy) e al 70° posto “parzialmente libera” (partly free), dati che sicuramente peggioreranno al prossimo rilevamento, ma che già confermano quanto sostenuto.

L’ascesa illiberale dell’Ungheria è iniziata nel 2010, quando Orbán viene eletto a capo del governo: dieci anni che hanno portato all’indebolimento dello stato di diritto e alla spinta per la democrazia illiberale.

Le principali riforme introdotte durante la sua premiership hanno riguardato:

– la riforma del sistema giudiziario attraverso la creazione di un sistema parallelo di tribunali amministrativi che supporterà il controllo statale sul sistema giudiziario, di fatto non garantendo più imparzialità e indipendenza;

– la riforma del codice del lavoro definita da molti “slave law” che ha previsto l’aumento delle ore di straordinario richiedibili dal datore di lavoro da 250 ore annuali a 400 e con la possibilità per il datore di lavoro di ritardare il pagamento degli straordinari fino a tre anni e l’esclusione dei sindacati nella contrattazione tra datori di lavoro e lavoratori.

La legge sulla trasparenza delle organizzazioni impone alle organizzazioni che ricevono finanziamenti dall’estero superiori a 25.000 dollari annui di registrarsi come “organizzazione civile finanziata dall’estero” come una sorta di stigma e impone di dichiarare le donazioni ricevute, con la minaccia di sospendere le attività in caso di inadempimento per scongiurare che le ONG siano al servizio di interessi stranieri al fine di contrastare il terrorismo internazionale e il riciclaggio. Secondo Amnesty “ questa misura punta a prendere di mira le Ong che promuovono il principio di legalità, la tutela dei diritti di rifugiati, migranti e altri gruppi emarginati e l’erogazione di servizi sociali e legali forniti in modo insufficiente dallo stato . (Amnesty 2019) ”

– nel 2018 ha introdotto il pacchetto “Stop Soros” che prevede una serie di leggi che limitano le organizzazioni che promuovono attività a sostegno dei rifugiati e dei migranti, prevedendo il reato di “favoreggiamento dell’immigrazione illegale” per i soggetti o le ONG impegnate in attività a favore di persone che stanno cercando di ottenere un permesso di soggiorno con sanzioni fino ad un anno di reclusione, e impone un’ulteriore tassa per le “attività a sostegno della migrazione”. Già dal 2018, Orbán aveva trovato nella tv lo strumento per accrescere il consenso , controllando l’MTI, l’agenzia di stampa nazionale ungherese, che a sua volta invia i contenuti di informazione gratuitamente alle testate private, eliminando una qualsiasi pluralità di informazione e trasformando la tv pubblica in e per la propaganda governativa.

Durante la campagna elettorale, in vista delle europee del 2019, l’Ungheria è stata attraversata da una narrazione costruita dai media della situazione del paese attraverso una massiccia campagna di terrore contro l’immigrazione, facendo leva sulle paure dei cittadini e creando notizie ad hoc per far crescere il consenso.

Nonostante l’Ungheria sia un paese dove non sono garantite le libertà individuali e di stampa, e dove la democrazia sembra diventare un lontanissimo ricordo, alcuni politici europei guardano con ammirazione la figura di Orbán: un leader autoritario capace di influenzare gli orientamenti politici e plasmare i cittadini raccogliendo consensi da ogni parte del paese. Inoltre, attraverso l’accentramento dei poteri, ha posto nuove limitazioni ai media e alla libertà di informazione – già messa in pericolo dall’MTI – attraverso il divieto di dare notizie o esprimersi in modo contrario ad una posizione statale che riguarda la pandemia o le notizie dall’estero, prevedendo fino a 5 anni di carcere per chi diffonde notizie false, ovvero non in linea con quelle del MTI.

L’episodio del 30 marzo, l’accentramento totale dei poteri nelle sue mani, è solo l’ultimo passo di Orbán, che ha usato l’epidemia per terminare il processo di abbattimento della democrazia iniziato anni fa. D’altro canto nessuno si aspettava da parte sua un gesto sensato.

Dalla perdita della quotidianità alla perdita dei diritti.

Da quando l’ OMS ha dichiarato lo stato di pandemia a causa del Covid-19, quasi tutti gli stati europei stanno correndo ai ripari e hanno dichiarato lo stato di emergenza. La differenza però va rintracciata in un aspetto fondamentale: mentre gli stati che hanno annunciato misure straordinarie di contenimento per via della pandemia hanno anche comunicato la durata (In Italia ad esempio lo stato di emergenza si estende fino al 31 luglio, in Francia sarà di due mesi, e in Inghilterra andrà rinnovata ogni sei mesi per un periodo limitato di massimo due anni), Orbán non ha dato nessuna limitazione dichiarando che “ utilizzerà i poteri necessari per eliminare lo stato di pericolo in modo proporzionato e ragionevole e alla fine dell’epidemia restituirà tutti i poteri al Parlamento.

Quindi, i critici “avranno la possibilità di scusars i”. Questa non è la prima volta che Orbán chiede lo stato d’emergenza , l’aveva già ottenuto nel 2015 invocando una crisi migratoria, che risulta ancora in vigore. La paura riguarda le nuove disposizioni, con l’accentramento dei poteri Orbán può prolungare lo stato di emergenza a sua discrezione così come già accaduto in passato come misure straordinarie al fine di “garantire la salute, la sicurezza e l’economia”.

Peccato che oltre a dichiarare lo stato di emergenza Orbán adesso ha il potere di sospendere la realizzazione di nuove elezioni o referendum, revocare qualsiasi legge e di perseguire penalmente i giornalisti accusati di pubblicare “notizie false “. La legge prevede fino a cinque anni di carcere per chi promuove disinformazione che ostacoli la risposta del governo alla pandemia. Ma Orbán non è solo, anche altri leader mondiali stanno usando la scusa della pandemia per eliminare il dissenso: India, Israele, Thailandia, Turkmenistan, Giordania, Oman, Marocco, Yemen, Iran, Filippine e Brasile hanno posto dei limiti ai media, approvando a vario titolo leggi bavaglio, bloccando la distribuzione dei giornali, imponendo censura e arrivando a vietare, come nel caso del Turkmenistan la parola Coronavirus.

Una minaccia ai valori fondanti dell’UE: la posizione dell’Europa.

Il declino morale, politico ed economico dell’Ungheria di Orbán è da tempo fonte di preoccupazione per l’integrità dei valori europei. Abbiamo infatti visto che nel corso della sua premiership, il primo ministro ha permesso l’adozione di riforme che ledono libertà e diritti fondamentali, alimentano odio e razzismo, e costituiscono di fatto una minaccia allo stato di diritto. Ma qual è e, soprattutto, qual è stata la posizione dell’Europa al riguardo?

In riferimento agli ultimi avvenimenti, la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen , ha chiarito che le misure eccezionali prese per far fronte all’epidemia in corso non devono costituire una minaccia per i principi e i valori fondamentali dell’Europa . Da parte sua, la Commissione Europea ha dichiarato, il 31 marzo, di avere intenzione di monitorare e analizzare con molta attenzione le leggi che verranno implementate in Ungheria, già accusata di far vacillare i valori democratici dopo aver posto le reti mediatiche, accademiche e quelle degli attivisti sotto un maggiore controllo da parte del governo. Di recente, il Consiglio ha richiamato Budapest avvertendo che non avrebbe tollerato un «indefinito e incontrollato stato di emergenza che non garantisce i principi base della democrazia».

A questo proposito, Orbán ha risposto seccamente : «Se l’Europa non è in grado di aiutarci almeno eviti di ostacolare i nostri sforzi per difenderci».

In passato, il Parlamento europeo aveva chiesto contro Budapest l’attivazione dell’articolo 7 del Trattato sull’UE. Si tratta di una procedura che viene attuata in caso di gravi e persistenti violazioni inerenti il rispetto dei principi di democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti umani, ovvero i valori fondanti della stessa Unione europea di cui l’art. 23.

L’articolo, soprannominato “ opzione nucleare ”, permetterebbe di privare l’Ungheria del diritto di voto e rappresentanza nelle istituzioni europee fino alla reintroduzione dello stato di diritto. Tuttavia, la procedura è molto lunga e complessa e richiede che sia approvata con maggioranza qualificata pari ad almeno quattro quinti del totale dei votanti. Orbán sa di poter contare sul sostegno della Polonia per impedire l’unanimità necessaria per far scattare le sanzioni contro il suo paese.

Ad oggi, le istituzioni europee non sono riuscite a trovare degli strumenti adeguati per far fronte alla minaccia illiberale rappresenta dal regime politico di Orbán. E l’Ungheria diventa, di fatto, una “dittatura in piena regola”. Risulta quindi sempre più urgente una presa di posizione nei confronti dell’Ungheria, paese membro dell’Unione che ad oggi (e a tempo illimitato), cessa di essere una democrazia parlamentare.

Attualmente, l’Europa si trova a dovere gestire altre priorità, ma una volta superata l’epidemia,sarà ancora possibile tollerare una così evidente violazione dei valori fondanti dell’Unione? Una silente accettazione potrebbe portare infatti ad altre derive autoritarie.

Melania Ferrara e Giorgia Spina